I Cartigli

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La tavola della Gioconda presenta sul verso una “H” probabilmente di mano cinquecentesca tracciata col pennello rosso. Potrebbe tale “H” essere stata formata da Leonardo stesso? Non lo si può escludere. In tal caso potrebbe essere intesa quale cartiglio contenente un riferimento al quadro, analogamente a quello accuratamente dipinto sul verso di Ginevra Benci.

La frase dipinta sul nastro, nel cartiglio sul verso del Ritratto di Ginevra Benci, come prova la decifrazione, contiene nel suo corpo una scritta latina di senso compiuto, riferita al quadro e a Ginevra stessa. Il soggetto di questa frase è VINCI.

Il cartiglio segreto della Gioconda è un “effetto anamorfico”, reperito sull’abito della modella: riproduce le iniziali BS della modella. Non è ancora stato posto online ed è riprodotto in uno studio apposito sulle due versioni del libro pubblicate rispettivamente nel  2011 e 2012.

La HVirtutem forma decorat Il cartiglio segreto della Gioconda

LA “H”: UN CARTIGLIO INSOSPETTATO SUL VERSO DE LA GIOCONDA?

Dettaglio del verso della tavola della Gioconda

Dettaglio del verso della tavola della Gioconda

Una indagine corretta non può tralasciare elementi collaterali e legati al contesto sul quale si va ricercando.
La mia decifrazione del cartiglio di Ginevra Benci  poi stava ad attestare che a volte anche seguendo intuizioni favorite dal caso si può pervenire a scoperte inattese.
Perché Leonardo non poteva apporre anche sulla Gioconda un cartiglio, una sorta di “firma segreta” o comunque qualcosa che connotasse in un modo a lui congeniale il quadro e che magari al tempo stesso consentisse ad altri di accedere a  quel messaggio originale e recondito che aveva espresso?
La Gioconda è dipinta su un’unica tavola di legno di pioppo tenero, di origine italiana. La sua dimensione è di cm 79.4×53.4, con spessore di 1.4 centimetri e potrebbe essere stata rifilata sul bordo ai lati di meno di un centimetro per parte (ma tale diminuzione è confutata da alcuni).
Il dipinto, in buone condizioni di conservazione, presenta nella parte superiore sinistra una fenditura, cui al verso corrisponde la messa in opera (effettuata durante un antico restauro) di due farfalle di  legno e di una striscia di tela a scopo precauzionale.
Tale attenzione prestata al verso de La Gioconda è motivata dall’esistenza di un insolito reperto.
Si tratta della “H” “forse di mano cinque-seicentesca” tracciata col pennello rosso sul verso  della tavola, che acutamente richiama Pietro Marani:
“…qui fra alcuni timbri a ceralacca e numeri di inventario (il “316” dell’inventario del Musée Royal), una lettera “H” scritta a pennello rosso, forse di mano cinque-seicentesca attira l’attenzione”.
In via ipotetica tale ”H” potrebbe essere assunta quale insospettabile e insospettato “cartiglio sul verso del quadro”.
La cautela è d’obbligo, poiché non è comprovato che tale lettera sia di mano leonardesca. Tuttavia, se si potesse stabilirne l’autografia, questo “insolito cartiglio”, in base alla chiave interpretativa che se ne può ricavare,  comporterebbe significative conseguenze nella lettura del ritratto.
Potrebbe tale “H” essere stata tracciata a pennello in rosso da Leonardo stesso?
In questa eventualità la mia ipotesi è che la “H” dipinta in rosso stia per una parola latina che viene usata e compresa, senza bisogno di essere trascritta per intero, attraverso la sola iniziale: infatti in latino “H” sta per heres, cioè per erede.
In ogni caso il reperto è interessante anche qualora la “H” non sia autografa: la lettera potrebbe essere stata tracciata in seguito, da persona vicina a Leonardo, che, per qualche motivo, era venuta a conoscenza dell’identità della donna.

La lettera “h” compare spesso nei manoscritti di epoca tardo-antica e medievale, specialmente nei documenti giuridici e negli atti notarili, come abbreviazione di Heres, -dis (haeres,  -dis nella forma più tarda del termine) con il significato di “erede”. In questa veste è presente spesso nelle espressioni H.E.T. “heres ex testamento”, “H.N.S. “heredem non sequitur. Per il plurale si usa spesso l’abbreviazione HH.”heredes”.
Quella “H” suggeriva una risposta conforme alla mia ipotesi circa l’identità della dama misteriosa e cioè che la donna fosse una erede della dinastia degli Sforza.
Poichè “H” può essere interpretata come “heres”, la lettera  può essere intesa – qualora si comprovasse di mano di Leonardo o fosse comunque di persona a lui vicina – quale importante conferma di questa ipotesi.
Non  era forse Bianca Sforza la futura erede di Bobbio? Il fatto che lei, donna degli Sforza, signura di Lombardia in quanto nel 1489 fatta  erede di Voghera, avrebbe ereditato col marito (infeudato quello stesso anno delle terre circostanti) anche Bobbio, rendeva per me plausibile la sua qualità di “heres” (o H, come allora si usava scrivere questa parola). Tale parola assumeva peraltro rilevante significato anche in rapporto alla storia dei Dal Verme, eredi espropriati che avevano fatto di Voghera la loro Corte prestigiosa e di Bobbio una strategica roccaforte e che erano stati espropriati con l’inganno e la violenza (dall’avvelenamento di Pietro Dal Verme del 1485 alla successiva confisca dei suoi feudi e dei suoi beni ai suoi misconosciuti eredi).
Dell’importanza di questa sua qualità di erede e della storia entro la quale la sorte della giovane si innesta, viene dato conto nel capitolo successivo dal titolo “Del Ritrar l’istoria…”

Pur lasciando in sospeso gli interrogativi suscitati dal reperimento della “H” sul verso della Gioconda e lasciandoli peraltro separati da ogni processo inerente la formulazione dell’ipotesi, non essendone accertata l’autografia,  ho ritenuto di soffermarmi su tale reperto, offrendo possibilità interpretative dello stesso, poiché,  se la H tracciata in rosso a pennello fosse autografa o di persona che conosceva Leonardo, potrebbe a buon diritto essere considerata essa stessa un insospettabile cartiglio e al tempo stesso una cruciale chiave interpretativa del quadro (una fra le molte, ma non certo la meno significativa).
Ancora un dubbio quindi, un inedito segno enigmatico (autentico o stilato da mano anonima?), ci viene consegnato fin sul verso del quadro.

L’INSOSPETTABILE CARTIGLIO SUL VERSO DEL RITRATTO DI GINEVRA BENCI

Con un contributo di Elisa Camera • Ideazione grafica: Ugo Cappello

Vi chiedo perdono; io sono una tigre di montagnaGinevra Benci

ginevrabenci
Risolvere un rebus non sempre risolve. Nel caso del cartiglio celato nel ritratto di Ginevra Benci – nota 1 -, la soluzione in sé premia l’ostinato investigatore, ma lascia il retrogusto amaro di un quid indefinito e sfuggente.

Tra i quadri di Leonardo ce n’è uno – l’unico dipinto su pannello a doppia faccia – che riporta una scritta: una frase per la quale nessuno ha mai sospettato possa celarsi “sul rovescio” un messaggio. Si tratta del “Ritratto di Ginevra Benci”, noto anche come “La Dama Liechtenstein” (dal nome dei principi che l’ebbero nella loro galleria per circa tre secoli). Gli studiosi concordano nell’identificare la giovane con Ginevra Benci, figlia di Amerigo e nipote di Giovanni Benci. Esistono la precisa testimonianza dell’Anonimo Gaddiano (“ritrasse in Firenze dal naturale la Ginevra d’Amerigho Benci, la quale tanto bene finì che non il ritratto ma la propria Ginevra pareva”) e alcune lettere che provano un rapporto amichevole tra Leonardo e Amerigo di Giovanni Benci. Si ritiene che il quadro sia stato eseguito da Leonardo nel 1474, in occasione delle sue nozze con Luigi di Bernardo Nicolini.

Tuttavia si è pure ipotizzato che il ritratto sia stato commissionato dopo tale data dal poeta e umanista veneziano Bernardo Bembo, con cui la Benci intratteneva una relazione platonica, durante il periodo in cui era Ambasciatore a Firenze (nel 1475 Bernardo Bembo aveva 42 anni e Ginevra 18 circa, ed entrambi erano sposati: la loro relazione avrebbe coinciso con gli anni 1475-76 e 1478-80, in cui il Bembo svolgeva il suo incarico in quella città). Le notizie biografiche pertanto alimentano il dubbio che il pallido volto di Ginevra riveli una malattia d’amore. Il pallore sarebbe stato una caratteristica della Ginevra storica, delle cui non buone condizioni di salute si lamentava il Nicolini, suo marito, per giustificare presso l’ufficio delle tasse la propria situazione finanziaria rovinata da costose e prolungate spese mediche.

virtutem

Sul rovescio della tavola col ritratto c’è una natura morta di Leonardo, con un ramo di ginepro che si riferisce a Ginevra, a costituire una sorta di “simbolico ritratto”. Questa pianta sempreverde crea un giuoco di corrispondenze tra il suo nome e quello della donna: ginepro ha un’assonanza palese con “Ginevra”. I due rami di palma e di alloro che attorniano “a ghirlanda” il rametto di ginepro, alludono, secondo i più, alla moralità di Ginevra e al suo talento poetico.

Un nastro avvolto alla ghirlanda a mo’ di ornamento porta un’iscrizione in latino – VIRTUTEM FORMA DECORAT – che significa: “La bellezza adorna la virtù”. Quindi, la bellezza di Ginevra adorna la sua virtù, così come il nastro con la scritta, aggiunto ad avvolgere l’intreccio dei rami, abbellisce il rametto di ginepro.

Tuttavia potrebbe esserci anche un’altra verità: l’alloro e la palma che attorniano il rametto di ginepro comparivano nello stemma di Bernardo Bembo ed egli lo usava anche per decorare i manoscritti in suo possesso. Ad esempio tale stemma decora la copia autografa di Bernardo dei “Commentarium in Platonis Convivium de Amore” del Ficino; ed inoltre il predetto stemma, disegnato da Bartolomeo Sanvito, con all’interno la scritta VIRTUS ET HONOR compare anche in un poema di Paolo Marsi. Si è pertanto pure ipotizzato che la ghirlanda dipinta da Leonardo sul retro del ritratto vada letta come la rappresentazione del suo desiderio di congiungere alla linea della sua famiglia l’amata Ginevra.

immagine ricavata da www.wikipedia.it

immagine ricavata da www.wikipedia.it

In ogni caso quella scritta, che non lasciava dubitare alcunché di recondito, in realtà nascondeva un segreto. Infatti, le stesse lettere costitutive della scritta sul nastro che adorna il ginepro (simbolo di Ginevra stessa e perciò parte essenziale dell’iscrizione) sono costitutive di un’altra frase, calzante sotto ogni aspetto con il ritratto e la biografia di Ginevra, riportante la “firma” del pittore.

La chiave per la soluzione del rebus sta (come nel caso dell’altra decifrazione da me operata, a conferma di analoga metodologia crittografica) nella parola “iuniperus” aggiunta alla scritta del cartiglio in quanto elemento essenziale e costitutivo del ritratto.

cartglioginevra02

1° VIRTUTEM FORMA DECORAT+ IUNIPERUS occulta al suo interno il seguente messaggio da me decriptato:
2° VINCI PERITUS AUDET FORMARE TORUM

La verifica può essere fatta tramite cancellazione delle lettere biunivocamente corrispondenti.

Per rendere immediata la verifica quantifico le lettere che compaiono in identico numero complessivo di ventinove lettere nelle due frasi:

V T R U E M I O N A C D F P S
1 3 4 3 3 2 3 2 1 2 1 1 1 1 1

La frase contenente le medesime ventinove lettere celata per così dire “sul rovescio“ della scritta dell’insospettabile cartiglio, da me portata alla luce, contiene una serie di informazioni:

  • innanzitutto la firma “VINCI”
  • inoltre la descrizione “istantanea” di ciò che il pittore sta dipingendo: (una descrizione esatta, riferita a un dettaglio del piccolo dipinto: L’esperto Vinci osa formare il (giro di) nastro (alla ghirlanda)
  • infine ha in sé alcune significative implicazioni, apportatrici di sviluppi.

Importa sottolineare l’esattezza del riferimento fatto con la parola TORUM al nastro avvolto intorno alla ghirlanda e la sua pertinenza nel contesto del dipinto e della storia fin nei particolari biografici relativi a Ginevra (così come ricostruiti dagli studiosi).

La parola TORUM non significa in questo caso soltanto “nastro avvolto alla ghirlanda” bensì anche “letto nuziale” e “letto funebre” (come riportato da ogni dizionario), in quanto può essere correlata pure con la situazione sentimentale di quel momento, vissuta da Ginevra Benci, così come ricostruita da storici e studiosi: infatti, come si è detto, la Benci era prossima al matrimonio con un uomo che – a quanto tramandato – non amava (e che probabilmente non l’amava). Perciò, in questo senso, il letto nuziale che per lei si andava preparando era anche un letto funebre. Nella sua ambiguità (quale parola portatrice di legame di amore e morte) la parola TORUS doveva sembrare perfetta a Leonardo per definire il nodo inestricabile che si andava chiudendo sulla virtuosa Ginevra. E mentre, sul rovescio del pannello, egli andava stringendo il nodo intorno alla ghirlanda (che era simile allo stemma del Bembo, da lei amato), sulla parte frontale una fitta trama (un vero ginepraio) si addensava in una sagoma tenebrosa sulla sua testa e la imprigionava…

A ben vedere anche il verbo AUDET non è di facile interpretazione.
L’esperto pittore “osa” dare forma, sulle due facce del dipinto, a quell’intrico inesplicabile di amore/morte, al nodo nuziale funesto che si andava formando nella realtà. “Osa” nel senso attenuato di “risolversi a” formare quel nodo (come dopo una esitazione, forse gravosa), di tentare l’impossibile impresa di dar forma a quel confuso dramma? Oppure “osa” nel significato più forte di cimentarsi, arrischiarsi nel senso di una sfida che si sa ardua? O nel suo osare nel dar forma è prevaricante l’idea della sperimentazione pittorica unita, nel segno del “conoscere”, a una sorta di lucido, sovrumano distacco?
O magari in quell’“osa” prevale l’ironia di fronte a se stesso, nel trovarsi a dover dare forma a quella faccenda intricata e confusa, un autentico “ginepraio”?
O la frase è semplicemente la descrizione del gesto di dipingere il nastro ornamentale che avvolge la ghirlanda con al centro il rametto di ginepro simbolo di virtù?

L’analisi della frase VINCI PERITUS AUDET FORMARE TORUM contenuta nel corpus delle lettere della scritta VIRTUTEM FORMA DECORAT, comprendente il rametto “IUNIPERUS” ivi dipinto, aveva pertanto le seguenti caratteristiche che risultavano convincenti :

– a) era in un latino corrente e corretto, senza forzature di sorta

– b) rispecchiava ciò che era dipinto ed era riferita all’azione (reale e non si sa quanto “simbolica” né in che senso) che il pittore medesimo stava compiendo in quel “mo mento/contesto”

– c) conteneva la parola TORUM, assolutamente pertinente.

– d) era una espressione “diretta”, immediata (e al tempo stesso forse intrinsecamente ambigua) del pittore stesso, ed al contempo veicolava informazioni precise in riferimento a notizie biografiche e relative alla commissione del quadro

– e) soprattutto, conteneva il suo nome: VINCI.

La decifrazione, verificabile e falsificabile, si propone quindi come “matematicamente” esatta e conforme sotto il profilo della coerenza logico-testuale. Ma ciò che è logicamente e computabilmente esatto, (soprattutto nel caso di Leonardo), si conferma in arte indefinitamente sfuggente e portatore di molteplici dimensioni di significato e aperture interpretative. Come se sotto il velo di colore sottile della scritta chiara in stampatello maiuscolo, e dietro la mano che formava sul nastro la frase e il suo segreto rovescio infine decifrato, si aprisse lo spazio indefinito e perturbante di un enigma insoluto: Leonardo da Vinci… that is the question

– nota 1 – Sono arrivata a formulare l’ipotesi, che si direbbe “inconcepibile”, dell’esistenza di una frase celata nel cartiglio del Ritratto di Ginevra Benci a partire dalla ricerca su di una frase fortemente enigmatica di un altro cartiglio (quello del Ritratto di Luca Pacioli del Museo di Capodimonte), contenente un messaggio alquanto criptico, decifrato con procedura metodologica analoga a questo nel 2010.

Analisi dei termini latini nella frase decifrata
VINCI PERITUS AUDET FORMARE TORUM
Contributo di Elisa Camera

Al fine di supportare la decifrazione del cartiglio, provando che la frase latina decifrata da Carla Glori ha senso morfologico e sintattico, presento il risultato dell’analisi dei singoli termini in essa presenti alla luce di una ricerca effettuata su testi della letteratura latina classica, medievale e umanistica (come da “bibliografia specifica” in calce), in cui i singoli termini sono stati usati in contesti o espressioni corrispondenti a quelli da lei scoperti, con particolare attenzione per il valore etimologico di ogni lemma.

PERITUS: dal latino Peritus, -a, -um un aggettivo della prima classe con un significato di “esperto conoscitore”, ma, nel latino tardo, con il valore di “artistico” come in Ausonio Epist, 16,22: Suescat peritis fabulis simul jocari et discere. Qui potrebbe essere riferito a Vinci in forma sostantivata, traducibile con “artista”, considerando anche l’assenza di un’espressione (composta da un genitivo, da in con ablativo, da ad più accusativo) che completi il termine specificando in quale ambito Vinci sarebbe esperto.

AUDET: terza persona singolare del presente indicativo del verbo semideponente audeo. -es, ausus sum, ere, “osare” oppure “volere”. Qui è preferibile il primo significato. Questo verbo regge l’infinito che nel testo è dato da formare.

FORMARE: infinito presente attivo del verbo formo, -as, -avi, -atum, are. “rappresentare, “plasmare”. È una forma verbale che, con il suo primo significato, è riconducibile al lessico artistico-pittorico e come tale risulta perfettamente calata nel contesto della frase.

TORUM: dal latino torus, -i, “filo” “nastro”, che potrebbe costituire l’interpretazione letterale del termine. In riferimento all’immagine rappresentata nel dipinto, potrebbe assumere, come significato secondario, il valore di “letto nuziale” accettabile in accordo con le nozze imminenti di Ginevra; il termine torus ha anche il significato di “letto funebre, feretro”. Leonardo farebbe qui una tacita allusione al matrimonio combinato a cui era destinata Ginevra che si sarebbe inevitabilmente rivelato per lei un’unione funesta e infelice.

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BIBLIOGRAFIA
E. Forcellini, Lexicon totius latinitatis, Padova 1876-1925.
C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, 1883.
Thesaurus Linguae Latinae TLL (cd-rom, 2004).
A. Ernout, A. Meillet, Dictionnaire étymologique dé la langue latine, Parigi 1959.
C. Daremberg, E. Saglio, Dictionnaire des antiquités greques et romaines, Parigi 1887.

Ulteriore integrazione bibliografica: Riproduzione della pagina 310 del libro contenente le citazioni delle voci latine del testo decifrato stralciate da vocabolari di latino di uso comune.
(Il testo della presente decifrazione è pubblicato in: Carla Glori – Ugo Cappello, “Enigma Leonardo: decifrazioni e scoperte. La Gioconda. In memoria di Bianca – La Ricerca”, Edizioni Cappello, 2011, pp.303-310).

Copyright Carla Glori e Ugo Cappello

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