Scheda – Le Madri Montagne

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Le  Madri-Montagne

( a cura di Carla Glori)

Antonia Pozzi – Poesie 1933-1938

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VIDEO – L'ultima Antonia Pozzi

Poesie

Miscellanea di brani estratti dal capitolo  “ Radici”/ “Le montagne”

Foto di Marco Sabatini-abbraccio montano

Foto di Marco Sabatini-abbraccio montano

Con Le montagne Antonia Pozzi raccoglie il filo di un pensiero che attraversa lo spazio e il tempo a partire da un grembo materno d’origine – archetipo della nascita e della rinascita della vita – in grado di generare e custodire l’assente, “ciò-che-non-può-essere” laggiù (ovvero: “quaggiù”): vano sarebbe tentare di definirlo, ogni tentativo in tal senso non è che interrogazione…Sta a simbolizzare, forse, il germe di una nuova umanità ?…una sorta di “ palingenesi dell’istinto” che “partorisca” l’uomo intero, capace di accogliere il nuovo e l’Altro da sé (:” l’altro” dal razionale modellato sul principio di realtà, e dall’io mutilo di sensibilità… ) e di attuare la riconciliazione degli opposti (: del cuore oscuro dell’istinto e dell’aerea trama della mente; di chiarità cosciente e penombra istintiva  …)?

Esse sono Madri,  simbolizzano la feconda ri-generazione di nuova vita e a un tempo la cristallina perenne purezza; hanno la vitalità attuale e fertile che ha e dà la vita e lo statuto di purezza atemporale e intangibile  dell’archetipo. E se pure esse rimandano alla dimensione cosmica dell’archetipo, mantengono il rapporto col reale ( che non sfuma né si eclissa, anzi si carica di significati).
Infatti non ci si deve ingannare: la vertiginosa ed enigmatica creazione de Le montagne che si innalza tra terra e cielo non è costruzione astratta della mente, ma ha profonde radici nella vita della Pozzi, radici sanguigne e terrestri. Ben interrate ai piedi delle montagne della Grigna, ( quelle che lei chiama le sue  mamme montagne mute e fedeli…con cui sa intessere delle misteriose trame di affetto… ).Ai loro piedi  chiede di essere sepolta nel suo testamento; là è stata bambina e si sente ‘a casa’…Là  sente piantata la radice del proprio albero genealogico, che ramifica nel ciclo perenne da madre a figlia a madre : ove ‘materno’ non coincide con il dato biologico tout court né si riduce a pur complessa risultante culturale…

Foto di Marco Sabatini-brume d’altezze

Foto di Marco Sabatini-brume d’altezze

…Le montagne appaiono quali cristallizzazioni di antiche energie psichiche sopravissute come eredità della memoria; esse sono ( accogliendo in parte spunti della riflessione junghiana ), simboli, intesi quali trasformatori oltre che conservatori di energia, che convertono le visioni/illuminazioni/sentimenti/passioni  più profondi dell’anima nella forma duratura dell’arte, in equilibrio tra emozione e forma logico-razionale. La riemersione di tali energie è un’esposizione “alle forze del profondo”; essa comporta un alto grado di pathos, per cui la mente dell’artista – che deve filtrarle e operare , dando loro forma, il controllo sul potere irrazionale dell’archetipo – rischia di essere sopraffatta.
Del pathos che la scrittura di tale testo poetico, adamantino ed enigmatico a un tempo, deve aver creato in lei – ( e a cui qui viene assegnata grande importanza in relazione alla fase finale del suo lavoro creativo -) -, può essere indicatore un misterioso episodio, occorso alla Pozzi proprio lo stesso giorno in cui scrisse la poesia: il 9 settembre 1937 ( :di tale episodio ella riferisce in una nota del diario in pari data).Nella nota in questione, la Pozzi narra di aver vissuto una  esperienza a dir poco inspiegabile : di avere cioè provato la sensazione fisica di sentirsi presa per mano e guidata da un angelo Qui importa notare che – nel diario in data 9 settembre –  le montagne compaiono in due punti ( oscure, sullo sfondo di un paesaggio serale e piovoso e poi col loro profilo immobile…davanti alla finestra aperta ). Ecco quello che scrive quel 9 settembre del ‘37: “ …l’angelo mi ha messo una mano sul collo, sono caduta in ginocchio davanti alla finestra aperta, senza respirare ho guardato il profilo immobile della montagna. Poi giù : tre volte ho baciato la terra ( il pavimento di mattonelle rosse) premendo bene le labbra – e i pugni li avevo così stretti sul petto che mi dolevano le  ossa. Dopo – mi sono alzata come da un sonno di anni, leggera come una donna che ha partorito. ( evidenziato dalla curatrice). Ho aperto gli occhi. L’angelo non c’era più”.
Inoltre quella incomprensibile sensazione fisica di avere vicino l’angelo, si è ripetuta anche il giorno successivo – il 10 settembre –  e le montagne, pure in tale occasione, ricorrono più volte:…”Pensare di essere sepolta qui non è nemmeno morire, è un tornare alle radici. Ogni giorno le sento più tenaci dentro di me. Le mie mamme montagne…”Qui importa evidenziare che la percezione della presenza dell’angelo ( mai prima descritta) compare in coincidenza con la datazione de Le montagne,( il giorno stesso, cioè il 9 settembre),  ed il giorno dopo, cioè il 10 settembre, accompagnata dalla visione delle montagne; dopo non tornerà più in alcuno scritto della Pozzi.
Riprendendo il filo del parallelo con l’archetipo junghiano, anche Le montagne pozziane sono luogo della coincidentia oppositorum e portatrici dell’ambivalenza .
Dell’ambivalenza insita nelle immense donne pozziane, può essere emblematica esemplificazione il rapporto vita-morte sotteso alla sua Opera tutta ed alla visione della Terra come Madre, che lo ricomprende.
In sintonia con le antiche concezioni misteriosofiche, anche nel pensiero moderno e raffinato della Pozzi la dea madre è la terra stessa. Monti, fiumi,caverne, laghi e boschi erano i luoghi sacri del corpo fisico della divinità, i suoi centri vitali. Il potere della dea, genitrice e creatrice universale, si manifestava ovunque, sotto mille nomi e forme diverse, ma, come scrisse Apuleio “unica è la sua essenza”.
Emerge in ogni fase della sua ricerca in poesia l’immagine della terra come di un essere materno, vivo e sensibile; ogni realtà, anche apparentemente inanimata, le cose più insignificanti,  per lei contengono una presenza spirituale collegata all’anima del tutto. E – nel ciclo della vita e della morte – tornare in gembo alla terra è inteso come un tornare all’origine congiunto al  senso di una rinascita ( Radici ’35).
Le Madri-montagne– archetipi pozziani fondamentali – nella loro costitutiva ambivalenza racchiudono e conciliano in sé vita/morte, tempo naturale/tempo spirituale, realtà/sogno, luce /tenebre…In loro la potessa riconosce le proprie radici e con loro intreccia le misteriose trame d’affetto che la legano agli avi consanguinei.Per lei, nel loro grembo si genera la vita, ed  al contempo si cela una sotterranea osmosi dei vivi e dei morti.

Foto di Marco Sabatini-aurora sulle cime

Foto di Marco Sabatini-aurora sulle cime

Pure le Madri abissali e inviolabili cui la Pozzi diede vita sulla pagina oltre mezzo secolo fa ( e che, come si è detto,  presentano analogie con concetti e temi  della ricerca e della cultura femminile contemporanea), sfuggono – come Chora – ad ogni definizione, a ogni tentazione di assimilazione all’esistente, virginalmente estranee alle forme e ai modi con cui l’uomo storicamente si è illuso di poter dominare e asservire la Natura. Sono creazioni che riconducono a una coincidentia oppositorum che scardina il monolitico e disincarnato logos occidentale e che apre alla possibilità di un nuovo logos embrionario, nascente, che ha amore delle sue radici e delle origini, che è logos della ‘generazione’.
La loro alterità ci parla di una conciliazione armonica ( quaggiù impossibile) di interiorità/esteriorità, sogno/realtà, istinto/ragione…Esse sono ‘ricettacolo’ come grembo della nuova vita a venire, ma anche come  rifugio e riserva in cui vengono mantenute in vita verità e immagini dimenticate o represse, in cui sono custoditi i fini dell’humanitas
La loro intrinseca ambivalenza ( che racchiude forze polari del profondo), è tensione – altalenante tra attesa e speranza –  tra ciò che è in potenza e ciò che è attuale, tra il futuro e il presente, libertà e necessità
L’anima femminile delle montagne è madre dell’assente, che porta in sé la mancanza di un mondo altro, di vita vera. Essa compendia tutto ciò che non è mondo – la sua qualità è ‘negativa’.
Ma al tempo stesso porta in sé, inscritta nella memoria originale, ( ciò che la poetessa svela nella visione e nella scrittura), l’anticipazione del mondo, volta a far essere nel mondo quel che prima del mondo naturalmente era.
Le montagne come luogo dell’utopia, quindi : ‘non luogo’ ( che non è in qualche luogo o in qualche momento), che – in poesia – anticipa la verità più alta, secondo cui è possibile in questo mondo una vita liberata e vera.
La poetessa – nell’attesa/speranza de Le montagne – dà corpo all’esigenza di vita ‘altra’, fuori dal mondo delle apparenze, che è separato da loro, ( laggiù); di una trasformazione che si compirà alfine, ( quando il loro brullo ventre fiorisca rosai ), ove esse –  immense donne portatrici di tale visione/vita – dimorano. Le montagne sperano  che all’orlo estremo dell’attesa / nasca un’aurora. E l’aurora per Pozzi non è solo ‘ a far del giorno, ora tragica e aurorale, che le ombre della notte cominciano a mostrare il loro senso e le figure incerte cominciano a rivelarsi al cospetto della luce, l’ora della luce  in cui si danno convegno passato e presente”ma è aurora nuova del giorno futuro.

Foto di Marco Sabatini-vette oltre la notte

Foto di Marco Sabatini-vette oltre la notte

Figlia delle Madri- montagne ella vuole tornare alle montagne, ri-nascere dalle montagne.
Per una coincidenza singolare, qui assunta come indizio del legame ‘destino/poesia’ ( anteponendo il nesso‘destino/annuncio di capolavoro’ a quello -più facilmente e banalmente ipotizzabile- ‘destino/annuncio di morte’ ), Antonia, il 10 settembre del 1937,(il giorno dopo aver scritto Le montagne) , scrive che torna l’angelo.
In quei giorni si sente molto forte e determinata, come entro un campo di potenti energie. “ …non ho mai provato forte come in questi giorni il senso di essere trasportata da una corrente violenta, ad una tensione altissima. E nello stesso tempo, mai avuto così solido il senso della personalità e della responsabilità. Mi sento in un destino ( evidenziato nell’originale)‘  Si sente forte e solidamente equilibrata…lontana dall’idea del suicidio. E tuttavia, con tono sereno scrive: “Ho visto un pezzo di prato libero che mi piace. Vorrei che mi portassero giù un bel pietrone e vi piantassero ogni anno rododendri, stelle alpine e muschi di montagna. Pensare di essere sepolta qui non è nemmeno morire, è un tornare alle radici. Ogni giorno le sento più tenaci dentro di me. Le mie mamme montagne.” Essere sepolta sotto le montagne: esattamente ciò che chiederà nel testamento poco più di un anno dopo
Le montagne nascono al culmine del suo viaggio, percorso – come una solitaria Arianna -tenendo il capo del filo di una matrilinearecontinuità, dipanata a rebours oltre i limiti della ragione storica e oltre il confine del principio di realtà, fino al contatto con le forze sacre della materia vivente o matrice originaria che irradia la vita
Nel concepirle, la Pozzi realizza una rivoluzione di prospettiva, oltrepassando indefinitamente il ‘limite’ ( allontanandosi all’infinito e cancellando dalla visuale tutto ciò che è ‘dentro’ il confine).
Ella si pone cioè ‘dal punto di vista’ e alla stessa distanza sterminata delle sue montagne, per rappresentare un’umanità strappata a se stessa, oltre che alla propria natura d’origine, e che a sé stessa dovrà alfine tornare.
Mentre l’assenza – qui tale da determinare l’impossibilità logica di definire l’assente – nella sua totalità si rivela parimenti colma di possibilità.
Da quell’ ‘indefinitamente oltre’ ella pare sfidare  la nostra sensibilità e la nostra intelligenza: quasi ad attendere che, da sbocchi di strade, possiamo ritornare a quell’altrove , con in mano l’altro capo del filo.
Allora, in quella nuova aurora, da rosai ( che portano pur sempre le spine della caducità e della necessità proprie dell’umana condizione) sbocceranno le rose.
In questo senso – più di ogni altro –  l’assenza si può definire il cuore della poetica pozziana.
Ogni volta, in ogni nuova poesia, è dal nodo doloroso dell’assenza – ferita aperta o squarcio sul vuoto –  che nasce /rinasce la trama – tessuta nei versi – del mondo come luogo della ‘mancanza’ e invenzione d’utopia.

 

Dal capitolo L’identità e la ricerca

Fotografia del 1935: Antonia Pozzi e il gruppo dei ‘banfiani’ In prima fila a partire da destra: Antonio Banfi, Enzo Paci,  Clelia Abate, Isa Buzzoni, Ottavia Abate; in seconda fila a partire da sinistra: Vittorio Sereni, Antonia Pozzi, Remo Cantoni, Alberto Mondadori

Fotografia del 1935: Antonia Pozzi e il gruppo dei ‘banfiani’
In prima fila a partire da destra: Antonio Banfi, Enzo Paci, Clelia Abate, Isa Buzzoni, Ottavia Abate; in seconda fila a partire da sinistra: Vittorio Sereni, Antonia Pozzi, Remo Cantoni, Alberto Mondadori

 

…Solo nel 1949, ( più di un decennio dopo la sua morte), con Il secondo sesso di Simone De Beauvoir verrà posto il nodo del soggetto e dell’alterità e l’istanza della liberazione dai ruoli e dalle rappresentazioni del femminile ( aprendo un percorso che sfocerà poi nella corrente ‘egualitaria’). E solo a partire dagli anni Settanta si affermerà il pensiero della ‘differenza sessuale’ ( il cui manifesto è considerato il libro di Luce Irigaray ‘Speculum – L’altra donna’, che uscirà in Francia nel 1974).
Quelle problematiche inespresse, tuttavia, come inconscio fermento interiore, già inquietano e sospingono il pensiero di Antonia Pozzi:  ella ne filtra l’urgere tumultuoso in forme di rigore e bellezza nello specchio della poesia. Protagonista solitaria di una crisi bruciante, muta , dall’alto costo umano  ( in assenza di possibilità di  condivisione e confronto  con altre donne su questioni e tematiche poste su un fronte di ricerca troppo avanzato per quel tempo…); una crisi vissuta con un coinvolgimento esistenziale senza riserve e la  sensibilità del poeta.
Quel 1935 è anno di crisi e maturazione, quindi, in cui si è fatto più pressante il conflitto che deve affrontare, in quanto donna e artista, nei confronti dell’ambiente culturale e sociale che la circonda e nel quale vive: un ambiente che, ( seppure privilegiato e aperto al nuovo), si rivela inadatto a riconoscerla pienamente nella sua identità di intellettuale e poetessa.
Antonia Pozzi, quell’anno, esprimendo la sua crisi esistenziale in atto e il tentativo di superarla, in una nota del diario datata 17 ottobre 1935, scriveva: “Bisogna nascere una seconda volta” ( rilanciando ancora e sempre la sua primaria esigenza di rinascita, nella vita e nell’arte).
Analogamente al ‘33 – l’altro anno cruciale – intensifica il lavoro poetico.

Il suo sentirsi ‘esule’ e inappagata, la sua incompresa sensibilità di donna e di artista, che sono stati vissuti fino ad allora come un ‘essere’, come uno stato assurdo e tormentoso, vengono ora ripensati, nel segno dell’arte, come dover essere, come impegno fecondo e necessario per una vita dedicata all’arte…Si fa  sempre più strada in lei l’idea di ricostruirsi una vita nella poesia, di andare oltre la vita con la creazione.
Poichè è consapevole che ‘l’unità dell’arte e della vita si è spezzata’ una volta per sempre.

Sappiamo dalle lettere e dalle pagine del diario, che con la complessità di questo problema, ( pressochè insolubile),  Antonia si è  misurata a lungo. È nel suo DNA di donna e d’artista coltivare la radice profonda di vita generata dal connubio di sapere emotivo e lucidità intellettuale; ella mira a riconnettere poesia e pensiero in feconda osmosi, nell’impeto appassionato che la poesia ha trattenuto per sé e di cui il pensiero è divenuto privo.
Il superamento del contrasto tra Geist e Leben ( come emerge dal diario)diviene per lei problema centrale e la figura del personaggio manniano Tonio Kroger assume in ciò valore emblematico.

L’angelo nuovo – 1937-1938

“…e lumi lenti di carri mi fanno temere
temere e chiamare la morte.”
A.P. – Nebbia, 27 novembre 1937

Oltre all’addio a Sereni vergato su Diana,  si conoscono solo due precedenti scritti della Pozzi datati autunno ‘38: le lettere a Paolo Treves del 23 ottobre e 5 novembre 1938. Le due lettere in questione rimandano ai drammatici  eventi politici  di quell’anno.
E se anche i tragici eventi  di quell’autunno 1938 entrassero a far parte del suo destino?
Poteva quel periodo tragico restare separato, estraneo alla sua ‘vita/poesia’?
E’ possibile astrarre e de-temporalizzare il grande e puro corpo lirico della poesia pozziana, il suo contenuto di verità,   da quel Tutto vivente che la Pozzi stessa pone come essenziale?
Infatti, in molti suoi scritti la Pozzi parla del suo legame vitale/poetico  con il Tutto:
Perché non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per un’adesione irrevocabile, del più profondo essere, io credo…alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue. Io so che cosa vuol dire raccogliere negli occhi tutta l’anima e bere con quelli l’anima delle cose e le povere cose, torturate nel loro gigantesco silenzio, sentire mute sorelle al nostro dolore.’(evidenziato dalla curatrice) .
Personale ed universale non furono mai separati per la poetessa ( e per la donna), per la sua poesia ( e per la vita).

Tutto dice – in quel biennio – di una disincantata e amara nuova stagione.  La poesia pozziana resta nell’insieme intensamente lirica, sfaccettata e complessa: l’eco della storia pare lontano, impercettibile, ma in essa, chi legge, può sentire – anche nella più pura solitudine – la voce dell’umanità. La sua poesia infatti non si lascia facilmente separare dai nessi collettivi profondi in cui si forma e con cui comunica fin dall’interno della sua vivente linfa linguistica.
Sono sue alfine le parole che – ne La terra – fa dire al povero folle, il vecchio gobbo:
“…
a oriente scorron fossati di sangue,
vidi le braccia di migliaia d’uccisi
penzolar sull’abisso
ad occidente
…”
Quasi la profezia dell’apocalisse alle porte.

La nuova stagione poetica ’37-’38 rimanda alla vicenda biografica, all’ultimo  periodo della sua vita: quello  in cui la dimensione sociale (con l’annesso spessore dei fatti storico-politici) è entrata in profondità a far parte della sua esperienza vissuta .
Dal ’37 riprende a frequentare quelle periferie milanesi, le stesse che, nel segno di una fraternità cristiana a lei connaturata,  già aveva percorso anni prima, svolgendo attività caritatevoli, promosse dalla San Vincenzo con Lucia Bozzi; ma l’antico sentimento – in una luce nuova e perturbante –  ora si mescola alla coscienza dell’ingiustizia sociale e delle gravi problematiche politiche del tempo. .
Questa nuova immersione, più diretta, quasi violenta, in quel mondo  – tanto traumatica da sommuovere l’ordine della sua esperienza –  avviene di fatto in coincidenza con la  frequentazione di Dino Formaggio ( che abitava in un quartiere operaio in zona Piazzale Corvetto). Con lui si reca spesso tra quell’umanità di disperati e meta frequente è la casa degli sfrattati di via dei Cinquecento
In quel periodo Antonia si trova nella condizione psicologica di vivere come una ‘doppia vita’ (che in lei non poteva mai essere divisa) : quella della ragazza ‘bene’, che stava in  via Mascheroni, in un ambiente raffinato, tra oggetti d’arte, abiti di classe e i privilegi e i comfort del suo status..; e quella della anonima e assidua ‘abitatrice’ degli ambienti squallidi e miserabili delle periferie, partecipe  del dolore dell’ umanità che vi andava a incontrare …
Là ella porta il suo calore umano e generoso. Là si aggira spaesata – poeta errante – tra gli scenari cupi e anonimi della città, tra poveri tuguri accerchiati dalla minaccia della storia, in una odissea singolare ed esemplare, che ne fa già ‘poeta globale’ ante litteram, sradicato e impotente dentro un mondo cacciato ai margini  e schiacciato in fondo alla piramide planetaria.
E’ congiuntamente a tale esperienza del mondo ai margini che, nel biennio ’37-’38, Antonia partecipa con Dino anche agli incontri di un gruppo clandestino disocialisti, una piccola ‘carboneria’ che si riunisce nel retrobottega di una farmacia.
E’ indubbio che la svolta che Antonia aveva dato alla sua vita e le frequentazioni di quel periodo – da considerarsi pericolose e altamente controproducenti – le valsero l’ostilità della famiglia ( cui fu sempre molto legata) e segnatamente del padre, creandole conflitti interiori e  una situazione tesa e non esente da litigi, che le rendeva dura la vita .

Che cosa fece sì che nel giro di pochi giorni, al ritorno dalle vacanze a Milano, ( già quel 5 novembre),  il suo umore si trasformasse radicalmente ( come si evince soprattutto dalla seconda lettera in pari data)?
Che cosa è stato cancellato tra le ceneri del suo testamento ( così come dalla sparizione di molte sue lettere e di pagine del diario)?

Non si può dire fino a che punto l’esperienza vissuta in quel biennio ’37-’38 e il suo epilogo culminante nella svolta totalitaria del regime abbia influito sul suo destino.
Certo vi è una coincidenza oggettiva di fatti storici, eventi e scritti epistolari che sta ad attestare che, a far data dall’autunno ’38 la sua crisi ( periodizzata e disseminata in vari punti nell’opera e visibile chiaramente, pur in fasi alterne, già dal ’37) si acuisse bruscamente: era partita l’implacabile caccia all’uomo, che già braccava da vicino gli amici ( ebrei e antifascisti) a lei cari e il clima si era intorbidato di sospetti e timori rendendo difficili i rapporti umani anche nella cerchia amicale; la crudele oppressione esercitata sui giovani della sua generazione era ormai repressione totalitaria; il suo essere sola e sentirsi espropriata dei pochi affetti e delle relazioni consolidate intorno a lei colpiva mortalmente la sua sensibilità…Forse la percezione del crollo di tutto un mondo pesava come dolore insostenibile. Dove ci appare una catena di eventi – l’angelo – vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi.. scriveva Benjamin  in quegli anni
A ben vedere, se l’angelo (così caro a Benjamin da farne la figura emblematica del ‘secolo della crisi’), “lo sguardo rivolto al passato che rovescia rovine su rovine ai suoi piedi, e le spalle al futuro ignoto (come scrive Renato Solmi nell’introduzione all’Angelus Novus, ndr), sembra un’allegoria dello stesso Benjamin”, si potrebbe dire la stessa cosa anche della Pozzi.

Avvertenza: In particolare, il capitolo Ultima Musa (comprendente: L’amore, l’ombra, il sogno metamorfico – ; – Un neo-canzoniere d’amore al femminile – ; – L’ ‘amor di montagna’) relativo alle liriche d’amore, per la sua articolata complessità, mal si presta a qualunque tentativo di estrapolarne parti: si rimanda pertanto alla lettura del libro, analogamente ad altri capitoli.

P.S. : sono stati soppressi dal testo, qui sintetizzato  in ‘abstract’ , tutti i riferimenti alle note presenti nel libro

copyright Carla Glori

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