L’intervista

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Maxi-intervista su Le Madri-Montagne: Antonia Pozzi – Poesie 1933-1938

Dieci domande a Carla Glori
Di Silvano Godani

Domanda
Da più di dieci anni la tua ricerca – poetica e non – si caratterizza per la priorità che assegni alla dimensione del ‘virtuale’, con riferimento anche alla letteratura fantascientifico- distopica. Come concili la scelta di dedicare un libro, così impegnativo come “Le Madri-Montagne”, interamente e appassionatamente ad una artista come Antonia Pozzi,  che sembra essere così lontana dal tuo mondo creativo?

Risposta
Inizierei a rispondere da quel ‘sembra’ ( in effetti ‘sembra’ a dir poco lontanissima)…Ma spesso le similitudini di superficie sopravanzano le invarianti nascoste, magari più profonde ed essenziali; sono proprio queste ultime che, complessamente ricercate, costituiscono legami autentici, come il ‘dna’ di quelle genealogie ( femminili e non) di cui parlo nel libro… Leggendo “Le Madri-Montagne”  si possono individuare alcune problematiche attuali e antiche, soffertamente vissute dalla Pozzi, che sono (state) mie, come d’altra parte, di altre donne affatto contemporanee (ciascuna poi le ha affrontate nella propria storia personale…).
Così pure, nonostante il ‘salto temporale’ di quasi cento anni, ho sentito vicina quella generazione in crisi. Non va dimenticato che la vita della Pozzi si lega a quella di un gruppo di intellettuali dell’avanguardia artistica letteraria e a una stagione cruciale e tragica della storia italiana…Atmosfere,legami, esperienze che non possono rivivere e tuttavia, come immagini che ‘balenano’ dal passato, possono essere afferrate ‘al volo’ e comprese nel presente ( pena la loro sparizione, direbbe  Benjamin, che è più volte citato nel libro…a tale proposito, mi affascina la sua idea  di ‘un’intesa segreta’, di un appuntamento misterioso tra generazioni…) .Sottesa al libro, e condivisa, è anche un’idea ( anche questa benjaminiana) di ‘redenzione’ e  di riscatto dalle rovine della storia…
A tratti mi è parso di cogliere come l’eco  deformato di una stagione lontana.
Pur diversamente,  anche la mia generazione, quella del ‘sessantotto’,  ha attraversato un periodo cruciale, segnato da eventi ‘tragici’( una generazione che è stata distrutta e che in parte ha distrutto e si è autodistrutta, che è stata tradita e pure traditrice, che ha creato un grande sogno e in parte si è venduta e l’ha svenduto…).
La frase del testamento della Pozzi – ricostruito a memoria dal padre, che lo aveva incenerito – ove lei aveva scritto “ Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite” ci riporta a quel tempo, ma anche ad un’altra generazione sconfitta ( a cui sento di appartenere) e non è estranea alle ombre che incombono nell’attualità e sul futuro…
Capisco che così non ho risposto in modo personale e diretto, dando forse l’impressione di essere sfuggente, ma la complessità non si lascia facilmente ridurre in definizioni e formule comunicative. Dovendo rispondere in modo più personale e immediato, ti potrei dire che per me fare il libro è stata una sfida che aveva motivazioni profonde. L’ho fatto per lei: pensavo ( come ho scritto anche in una lettera al filosofo Fulvio Papi, molto vicino all’ambiente banfiano e alle amicizie più care della Pozzi), che lei meritasse una lettura diversa, che – pur lasciando spazio alle note vicende sentimentali vissute – partisse dall’approfondimento dei testi, ponesse le sue parole al di sopra di ogni altrui testimonianza o interpretazione più o meno fedele. L’ho fatto per me: era come affrontare un viaggio dentro una macchina del tempo per entrare in un mondo parallelo ( remoto e insieme contiguo al nostro) in cui incontrare nel passato una interlocutrice fondamentale…Da questo ‘incontro’ è scaturito un ritratto inedito: una diversa e nuova Antonia Pozzi.

Domanda
Il tuo libro è interamente caratterizzato da un approccio critico-culturale ‘al femminile’. Perché una outsider ribelle  come te, che per temperamento rifugge dal lasciarsi inquadrare  in una qualunque pur nobile categoria, ha scelto e svolto in modo così ostinatamente coerente, direi sistematico,  questo punto di vista?

Risposta
Intanto non volevo scindere mai l’approccio critico dalla mia esperienza….D’altra parte – pur considerando auspicabile una pluralità di punti di vista e qualunque apporto di lettura critica, purché coerentemente condotto e ben documentato – concordo nel ritenere ( come ormai sostenuto da vari movimenti femminili)  che la problematica della ‘differenza sessuale’ permei integralmente la poesia pozziana, anche se certo non esaurisce né le sue poliedriche sfaccettature né la sua complessità. L’approccio da me dato è stata una scelta  legata a tale convinzione di fondo, ma nel rispetto degli scritti dell’Autrice, attenta ad evitare  forzature e sovrapposizioni…Spero soprattutto di essere riuscita a porre in luce la complessità del suo pensiero poetico, una sorta di  potenziale ‘generatrice’ di quegli sviluppi che sarebbero poi maturati in direzioni plurime e anche divergenti nel corso del tempo ( De Beauvoir, Irigaray…)… E’ un ‘pensiero poetico’ femminile il suo, caratterizzato da una sorta di‘generante’ ( a tratti disperata e ‘negativa’ ) tensione utopica che non si lascia ingabbiare, e che racchiude in sé una embrionale e virginale potenza. Questo volevo sottolineare, anche a scanso di riduttive interpretazioni o letture strumentali che  sarebbero magari venute nel tempo, ma soprattutto per preservare integra la sua potenzialità di ‘promessa’.

Domanda
Che cosa ti interessa soprattutto nella donna Antonia Pozzi?

Risposta
È una domanda a cui non riesco a dare risposte esaurienti.  Incomincerei a rispondere dalla ‘donna’,  così come io me la sono figurata…Mi stava a cuore il ‘tipo di donna’ che, nella mia ricerca, si era delineato, alquanto raro in questo tempo di mutazioni femminili al limite del disumano: sensibile e forte, pura e aliena al cedimento, estranea a logiche di potere e a seduzioni, umana e dalla parte del più debole e dell’ oppresso.
Dal libro emerge una personalità vitale e sfaccettata, come anche attesta l’intrinseca poliedricità dell’Opera. E  una vitalità sofferta all’estremo, ma fino alla fine mai doma…come comprova anche la lunga lotta per conciliare arte e vita ( similmente al “Tonio Kroger” di Mann), e per altro verso la combattività e la tensione paritaria espressa nel gruppo degli amici banfiani ( con cui visse un rapporto apportatore di crisi ma anche di crescita) e nel conflitto amoroso ( con Cantoni, ma anche rispetto allo stesso Cervi…).
Il libro raccoglie  poesie scritte tra il ’33 e il ’38, dopo la fine del rapporto amoroso con Antonio Cervi e riflette il conseguente conflitto interiore,  potenzialmente distruttivo, da lei – per natura romantica e appassionata – sopportato con lacerazioni ma anche intransigenza e integrità ( non a caso la parola ‘responsabilità’ ricorre molte volte nelle lettere e nel diario, durante e dopo la fine di quel rapporto). Era nel profondo ‘antica’, ma proiettata verso ‘il nuovo’, che sperimentò a vari livelli ( ad esempio,era un’ottima fotografa ed era amica di Monicelli e Lattuada e  già abile nelle riprese filmiche; in campo letterario, come anche si evince dal mio libro, rivela aspetti innovativi e sperimentali…).
Ma  quello che in particolare per me è distintivo della sua grandezza di donna e artista è quel farsi ‘ poeta errante’ tra gli scenari squallidi e anonimi delle periferie milanesi ( già ‘globali’) che visitava, partecipe del dolore di quella umanità ai margini, e quel suo essere  portatrice dolente di una visione del ‘materno’, potenzialmente in grado – se elaborata e sviluppata nel segno di una ‘nuova sensibilità’ e di un nuovo umanesimo – di rovesciare alla radice parametri di una cultura patriarcale, allora dominante e ancora presente…Come scrivo  a proposito della poesia “ Le montagne”, ove questa dimensione del suo ‘pensiero poetico’ più maturo, visionario e utopico, ( una “nostalgia del totalmente Altro” direbbe Horkheimer), emerge con una chiarezza adamantina.

Domanda
…E cosa ti interessa soprattutto della poetessa?

Risposta
Dato che ci ho scritto su un libro di quasi trecento  pagine, sarebbe più facile per me dire cosa ‘non’ mi interessava; così per la risposta me la cavo rimandando alla lettura del libro.
Ma telegraficamente direi che mi ha coinvolto per un verso la sua inattuale recherche du temps perdu e per l’altro un nucleo duro di resistenza al principio di realtà, una tensione utopica estrema ( condannata alla sconfitta )…un’alchimia che non saprei definire se non  ( rubando le parole di Horkheimer) “nostalgia del totalmente Altro”.
Ma oltre alla Pozzi-poetessa, m’interessava  l’intellettuale  ( una parola che oggi suona fuori moda, dato l’uso a dir poco equivoco che se ne è fatto).

Domanda
Rispetto alle letture critiche esistenti, la tua si caratterizza per una accentuazione assegnata alla sensibilità sociale e civile della Pozzi e al peso degli eventi  storici nel determinare il suo destino. Non credi di avere attuato con questo una sorta di ‘sbilanciamento critico’ ?

Risposta
Sono contenta che tu mi abbia posto questa domanda…La parola sbilanciamento mi fa pensare subito alla bilancia. Infatti ho sempre pensato che una lettura operata in chiave prevalentemente intimistica, incentrata sul privato e sull’affettivo o comunque sbilanciata sul versante emotivo-passionale non riuscisse a dar conto del valore e del senso del suo lavoro, operando un torto. Se sbilanciamento c’è stato – ed è da dimostrare – allora è stato riparatore, con l’effetto di riportare in pari il piatto  della bilancia.
Ma questo lo dico ‘a posteriori’, perché è dalla lettura dei testi che ho ricavato la convinzione che la sua ‘resa segreta’ non sia tout court ascrivibile alla sfera personale-sentimentale  ( come per lo più si è ritenuto), ma abbia a che fare in ultima istanza con la violenza di eventi storici e la catastrofe del ‘secolo della crisi’. Sotto questo punto di vista, da “Le Madri-Montagne” emerge una Pozzi inedita, affatto contemporanea – proprio per la sofferta ‘sfasatura’ inattuale/utopica con cui aderisce al suo tempo – e che verga i suoi versi intingendo ‘la penna nella tenebra del presente’ (citando Agamben, da ‘Che cosa è il contemporaneo’ ).
Di tale esemplare ‘contemporaneità’ cerco di dar conto anche nel delineare il percorso esistenziale-poetico del suo ultimo biennio di vita 1937-38, coincidente con la svolta totalitaria del regime e le leggi razziali ( non è casuale nel libro il ricorso alla metafora dell’’angelus novus’ di Benjamin, ad accomunare la sorte di entrambi – finiti suicidi –  con quella di una generazione sospesa sul baratro).
D’altra parte, che nel fatidico biennio ’37-‘38 la Pozzi non solo subisse con avversione la violenza del clima sociale e politico, ma che fosse diventata antifascista lo dimostrano le sue frequentazioni. Certo, in famiglia e nelle lettere era costretta a dissimulare ( in certi casi, giocoforza, anche fingendo ) questo malessere e le sue idee avverse al fascismo, soprattutto nei confronti del padre; un padre ligio al regime, il quale è poi intervenuto a ‘censurare’ e anche a interpolare i suoi scritti poetici e non.  Non mi spingo a dire che avrebbe infine fatto la scelta di entrare nella Resistenza, perché non sussistono – ch’io sappia – sufficienti elementi in materia.
Per quanto riguarda le sue esperienze di vita nell’ultimo biennio ’37-’38,  devo molto alle illuminanti ( e pazienti) precisazioni del professor Fulvio Papi, molto addentro alle vicende storiche di quegli anni, amico di Antonio Banfi e di molti esponenti del Centro interno socialista e in particolare amico di Dino Formaggio. Con Dino Formaggio la Pozzi condivise l’esperienza delle ‘periferie’ e una marginale frequentazione di un piccolo gruppo socialista clandestino. Il fatto che non manifestasse apertamente  una presa di posizione critica o di opposizione è comunque comprensibile poiché il quadro generazionale cui apparteneva era per lo più caratterizzato da una disseminazione di posizioni e disgregazione, ed era molto difficile trovarvi nel ’37-’38 punti di riferimento saldi e solidali o organizzati per forme di resistenza…E d’altra parte la sua situazione all’interno della famiglia,  che amava e sotto il cui tetto continuava ad abitare, si era fatta difficilissima per l’avversione alle sue amicizie rischiose…
Nel libro è assegnata grande importanza all’amicizia di Antonia con Paolo Treves ( lo comprovano le sue due ultime lettere, dell’autunno 1938). Ebbene, proprio la figura di Paolo è emblematica per far comprendere quanto critica fosse la sua situazione personale in quel momento storico e quanto per lei – figlia di un podestà, di un notabile intimo di Mussolini – la vita fosse diventata  difficile a fronte degli eventi dell’ultimo anno.
Antonia aveva un legame profondo, fin dai primi anni,  con la famiglia Treves.  E’ vero che la famiglia Pozzi aveva stretto in passato legami amicali coi Treves, ma certo questi si erano fatti molto scomodi e pericolosi col tempo, e forse non furono troncati del tutto solo per via dell’affetto di Antonia per loro. Già nel ’15 c’era stato l’episodio eclatante del duello del padre Claudio con Mussolini ( ma il clima politico non era ancora degenerato…). Nel ’25 Paolo era collaboratore di Turati nella redazione di ‘Giustizia’; dal ’26 e fino a quell’ultimo autunno del ’38 militava nel partito socialista clandestino e dal ’26 era vigilato speciale, subendo un pestaggio nel ’31 e due arresti, nel ‘32 e nel ’35. Era certo un legame amicale pericoloso – come altri di Antonia in quell’ultimo periodo – avversato da Roberto Pozzi e causa di gravi tensioni in famiglia. D’altra parte pesava la solitudine personale, congiunta al presagio  di un’epoca al tramonto, di tutto un mondo  destinato a crollare. Nel ’38 Sereni si era trasferito lontano da via Pagani ed era in crisi sentimentale, la Bozzi e la Gandini stavano in altre città…Anche Alba, l’amica cara e solare di sempre, quell’autunno del ‘38 era partita per il suo matrimonio in Addis Abeba. E sfondo alla sua solitudine era la ‘tenebra piovosa’ di “Nebbia”, il presagio angosciante della guerra e dell’ immane tragedia alle porte.
Non credo si possa negare  che la Storia e il clima tragico di quegli anni abbiano contribuito ( in modo forse decisivo) a decidere il suo destino.

Domanda
Tra le particolarità che improntano il tuo metodo critico c’è n’è soprattutto una che in questo libro si rende immediatamente evidente: lo scegliere in modo mirato alcuni testi e, dall’analisi di questi, che vengono a costituire una sorta di ‘baricentro e fulcro’,  ricostruire una rete di relazioni tra i testi…Vuoi spiegarlo?

Risposta
Io mi sento in primis autrice e non vorrei che la scelta metodologica che caratterizza “Le Madri-Montagne” fosse fraintesa: non c’è minima pretesa di farne teoria o tantomeno ‘modello’ . non penso affatto di poter invadere il campo dei critici di professione.  Posso solo dire che questo inedito approccio metodologico nasce soprattutto da una componente istintiva, una sorta di ‘svelamento’,  generato dal rapporto coi testi, che non potrei spiegare a parole; per altro verso è frutto di una rigorosa ricostruzione razionale di percorsi, che si avvale di comparazione di date,  ricerche su strutture e su materiali linguistici e ‘ informazioni extralinguistiche’…
A tale approccio (che chiami  ‘particolarità’ del metodo)  è dovuta la scoperta di alcune ‘novità’ del libro: sono scoperte cui sono pervenuta, che non si possono leggere in libri precedenti a questo,  e che apportano elementi nuovi per quanto attiene la personalità e la vita della poetessa…Penso in particolare alla interpretazione assolutamente inedita di due testi ‘chiave’, come “Voce di donna” e “Le montagne”; o ad esempio alla ricerca incrociata sui testi delle ‘periferie’ che delinea l’ultima parabola artistica in cui, da ‘ragazza bene’, la Pozzi  si trasforma in ‘poeta sradicato ed errante’ dei margini, in viandante ‘poetica/nomadica’ delle periferie milanesi ( che nel libro già prefigurano “ il ‘non luogo’ desertificato dell’uomo contemporaneo, lo sfondo anonimo di un’ angoscia e di un’ oppressione globali).
Proprio partendo dalla ricerca sulle ‘periferie’ e analizzando i due versi finali della poesia  “Nebbia”, sono pervenuta a  formulare un’ ipotesi fondata sulla segreta angoscia della Pozzi per l’imminente guerra. In particolare, la scoperta emersa dalla lettura di  “Nebbia”, offre la riprova (attraverso l’ investigazione sui ‘carri’ – che ho scoperto essere  in realtà carri armati – da lei evocati con angoscia nel grido dei due versi finali), della ‘contemporaneità’ di questa poetessa degli anni Trenta. Qui si rivela testimone impotente e consapevole della fine di un’epoca e di un mondo… La Pozzi ( citando ancora da Agamben) non si sottrae alla sferza del ‘ fascio di tenebre che proviene dal suo tempo’, vive con angoscia in segreto  ‘ il buio del suo tempo come qualcosa che lo (la) riguarda e non cessa di interpellarlo(a)’.
Va  detto che la selezione operata sulle poesie di “Parole’ sull’arco “33-’38 si lega all’analisi relativa a quel periodo e si accompagna al rimando  alla lettura dell’opera completa ( considerando anche che, per scelta di ‘metodo’, ho lasciato ad un secondo tempo l’analisi della interessante  produzione poetica  del ’29-’32, antecedente a “La vita sognata”).
Rispondendo ora  più puntualmente alla tua domanda, aggiungo che quella ‘particolarità del metodo critico’ di cui parli nasce da un rapporto empatico profondo con l’autore, si assomiglia per molti aspetti alla creazione artistica e ha a che fare con metodologie di ricerca creativa( come avevo premesso, non  sono  critico di professione). Anche se non si può negare al libro “ Le madri-Montagne” una intrinseca struttura logica, coesa e coerente, sotto certi aspetti ‘falsificabile’.

Domanda
Adesso devo farti la domanda di rito: cosa  emerge dal tuo libro sulle sue tre  storie d’amore, su cui ormai pare si sia detto tutto (o quasi)?

Risposta
Quando ho iniziato a scrivere io non ne sapevo niente. E non ho voluto saperne finchè non sono arrivata all’incirca a metà del capitolo” Ultima Musa”, cioè quando già avevo pressoché definito il lavoro critico sui testi delle poesie d’amore, individuando chiaramente due grandi tematiche : quelle che chiamo ‘il ciclo dell’Ombra’ e ‘amor di montagna’… Sarò deludente, ma dall’analisi dei testi del periodo ‘33-‘38, che parte da “La vita sognata” ( escludendo quindi l’arco che va dal ’29 al ’32 e primi mesi del ’33, su cui in futuro forse farò  un lavoro specifico) non sembra che quelle tre esperienze d’amore abbiano lasciato segni rilevanti sulla continuità del fare poetico. Una continuità che pare a mio avviso radicarsi in una memoria più profonda, ‘transindividuale’, legata a quella che Jung chiama lo stato primigenio della ‘participation mystique’. Ma i fantasmi e la dimensione dell’Ombra che rivive nell’immaginario, vengono fugati a tratti da una ‘utopia amorosa femminile’ del tutto inedita (denominata ‘amor di montagna’)…
In ogni modo nel libro non mancano  puntuali riferimenti alle storie sentimentali, ma sempre filtrati attraverso gli scritti della Pozzi: Oltre al professor Cervi, sono citati il filosofo Remo Cantoni e lo studioso di estetica Dino Formaggio, entrambi legati all’ambiente gravitante intorno al filosofo Antonio Banfi (tre vicende che furono in passato fonte di illazioni  morbose e a cui, dopo il suicidio della poetessa, come disse Formaggio “si abbeverarono a lungo’ i ‘salotti milanesi”). Credo sia comunque bene precisare che l’aver scelto di mettere  a fuoco solo il periodo 1933-38 ha fatto sì che lasciassi in ombra tutto il periodo 1929-33, a mio avviso importante, che si lega alla sua storia adolescenziale col Cervi: un periodo in cui la sua produzione poetica presenta caratteri diversi da quelli finora evidenziati dal mio lavoro e che – come dimostrerò sulla base dei suoi testi, se potrò scriverne  in futuro – è portatore di inquietudini che sopravanzano la romantica e limpida storia amorosa biograficamente attestata, la quale  invece – cito da pagina 55 – mi è parsa  carica ( nell’ultimo triennio) di  ‘retroscena indecifrabili…che probabilmente in quegli anni le causarono pene d’inferno’
Ne “Le Madri-Montagne” l’intera vicenda esistenziale sull’arco 1933-’38 risulta riletta in una prospettiva tesa ad illuminare, attraverso l’analisi di poesie e lettere, più le linee di resistenza critico-intellettuale e la sfida per l’indipendenza artistica, pur conflittuali e sofferte, della Pozzi, che non le private e intime motivazioni ritenute dai più ( in realtà senza elementi probanti) la causa della sua ‘resa’. E’ soprattutto la sua personalità artistica che campeggia.. Quanto alla figura di donna, si delinea inafferrabile: romantica/ribelle, passionale/androgina, fragile/granitica, consapevolmente sola…  D’altra parte per lei l’amore  era una dimensione complessa che unificava lo slancio erotico con una universale sorellanza/fratellanza, la sete di giustizia e ‘il materno’, la sfida utopica visionaria e la nostalgia fatale del paradiso perduto …Questa ricchezza e complessità interiore ( che emerge dall’opera) vanifica a mio avviso i ricorrenti tentativi di renderla simile all’’angelo caduto’; se mai l’avvicina molto di più all’angelus novus benjaminiano (figura emblematica della crisi del Novecento, che dà il titolo a un capitolo  del libro).
Ma poi, se si va alle due pagine finali del capitolo “Ultima Musa” si trovano anche sorprendenti affinità tra il suo immaginario erotico e quello della donna contemporanea ( che non abbia ancora perso o rimosso del tutto quella dimensione profonda, ‘inattuale’, della memoria, come pare ormai inevitabile e imminente…).

Domanda
Si può sostenere che i molti riferimenti, ricorrenti anche in numerose note, a persone e fatti precisi che a vario titolo sono entrati nella vita della Pozzi, finiscano con l’appaiare il tuo libro alle altre due biografie esistenti?

Risposta
“Le Madri-Montagne” non è biografia: fa riferimento a eventi, rapporti personali, situazioni, ambienti e aspetti culturali, sullo sfondo di quegli anni, soprattutto riguardo alla condizione femminile nell’Italia fascista. Vi sono anche alcune citazioni e  rimandi alle biografie esistenti ( da cui, tra l’altro – come nel caso della poesia “Diana”- vengono posti in luce vari dettagli discordanti molto significativi…). In particolare il libro sottolinea la difficoltà di ricostruire fatti laddove sono sparite le carte: la scomparsa misteriosa, a partire dalla sua morte in poi, di gran parte delle lettere e del suo testamento ha reso tanto più enigmatica questa figura di donna e artista.
La cura per non assimilarlo ad una biografia in qualche caso è stata nociva…Avrei potuto soffermarmi su episodi – alcuni anche inediti- di cui ero venuta a conoscenza durante la stesura del libro. Cito un piccolo esempio:  l’ingegner Elio Oggioni, che era allievo della ‘professoressa Pozzi’, mi aveva parlato a lungo  della mattina del due dicembre1938, quando lei se ne era andata via dalla classe, salutando i bambini con due parole: ‘Siate buoni’…Ho tralasciato di riportare la sua testimonianza e poi mi sono pentita, non per l’omissione dell’episodio in sé, ma perché in realtà era indicativo del carattere e dello stato d’animo della Pozzi: lei quel mattino non era  ‘fuggita’ dalla classe in lacrime, come per lo più si crede,  ma era andata a scuola ( avendo già scritto il testamento datato 1 dicembre) soltanto  per vedere l’ultima volta i bambini e dire loro addio; questa considerazione, da me ‘mancata’ per una scelta di’ rigore espositivo’, , andava invece fatta, perché, ben oltre l’episodio in sé, essa gettava luce sulla  personalità di Antonia… Anche per quanto riguarda la testimonianza della professoressa Beatrice Binda, sorella di Alba, ho evitato l’insistenza su fatti strettamente biografici, soffermandomi  su aspetti della personalità e su interessi culturali .
Comunque – ed è questo che mi premeva innanzitutto – quanto di biografico  compare ne ‘Le Madri-Montagne’ è sempre rapportato alla ricerca condotta sui testi, soprattutto poetici ( perché penso che siano quelli che racchiudono/dischiudono la verità).

Domanda
Date le divergenze tra i critici circa il suo rapporto con la religione, tu da che parte ti poni? Tra chi la colloca sul versante immanentista o chi la vuole su quello trascendente?

Risposta
La difficoltà di fare chiarezza su questo punto è reale.
Nel periodo preso in esame nel libro da me curato, vanno considerate – tra il ’32 e il ’33( al climax della crisi sentimentale) – sette poesie  d’impronta religiosa tradizionale, molto intense. Ma al tempo stesso, nel gennaio ‘33 Antonia scrive a Tullio Gadenz una lettera fondamentale per decifrare la sua religiosità ( a proposito dell’epistolario Pozzi-Gadenz è uscito recentemente il libro a cura di Onorina Dino); la lettera in questione richiama a mio avviso il Dio plotiniano, così come lo legge il filosofo Reale: qui l’Uno pur permeando di sé ogni realtà ne è superiore ( e infatti per Plotino  l’Uno “in quanto principio di tutto, non è il tutto’ e – come aveva detto Platone nel Parmenide – non può neanche essere nominato ). Nel libro mi sono orientata coerentemente su questa traccia, lontana dal panteismo e dall’immanentismo.
A conferma di questa linea di lettura, è comunque certa la predilezione della Pozzi per Schleiermacher ( storico traduttore di Platone, poi convertitosi): anche lei intende l’esperienza religiosa come ‘intuizione dell’infinito’ e come ‘rivelazione’…Non ritengo comunque meno intensamente religiosa tutta la tematica dell’Assenza sottesa alla poesia della Pozzi, che si scontra, più o meno intimamente o sotterraneamente, con la finitezza del mondo, col dolore, l’ingiustizia e il potere degli uomini, con il degrado ( pure storico, sociopolitico, materiale)  della vita, della natura  e della realtà  spirituale…Inoltre non viene mai meno – fino all’ultimo biennio ’37-’38, ove trapela  in  alcune note del diario e nelle poesie delle ‘periferie’ – il suo sentimento cristiano di amore per gli ‘ultimi’, gli  emarginati ed oppressi, schiacciati da un sistema iniquo e spietato.
Si tratta di una sensibilità religiosa intensa e complessa, che mette insieme aspetti filosofico religiosi non inquadrabili nella tradizione dottrinale.

Domanda
A parte la possibilità ventilata di occuparti, sul lungo termine,  della produzione poetica 1929-1933, ci sono altri scritti che non compaiono in Le Madri-Montagne  che vorresti affrontare?

Risposta
Nell’aprile 1938, su invito di Banfi,  lei tenne alla Statale due conversazioni su Aldous Huxley, di cui la prima parte fu pubblicata su “Corrente”. Il titolo “Eyeless in Gaza” richiama il libro omonimo di Huxley del ’36 (  che in Italia se non erro uscirà solo nel ’50, da Mondadori, col titolo “La catena del passato”); ma in realtà il suo saggio spazia a largo raggio sui personaggi e sui  romanzi di questo autore( del quale fu allievo George Orwell), che negli anni Trenta era una delle punte di diamante della contestazione al sistema occidentale ( un umanista e pacifista, sotto alcuni aspetti controverso,  che si è occupato degli aspetti disumanizzanti del progresso scientifico, anticipando peraltro tematiche quali l’eugenetica e il transumanesimo).
Nel saggio in questione la Pozzi fa riferimento anche a  “Brave New World” del ’32 ( “ Il mondo nuovo”, subito tradotto nel ’33 da Mondadori).e a “Point Counter Point” – che lei traduce con “ Contrappunto” – del ’28 ( se non erro in Italia è uscito per Bompiani solo nel 1980, col titolo “ Punto contro punto”). Lei aveva la traduzione francese ”Contrepoint” di Castier, in due volumi, edita da Plon nel ’30. Anche le altre opere di Huxley  furono da lei acquistate direttamente dall’editore parigino, data l’estrema difficoltà di ottenere l’edizione originale dei libri di Huxley. Questo fa capire che la Pozzi era molto addentro alle esperienze innovative più radicali che, intorno al ‘30, ricorrevano nella letteratura internazionale ( Joyce, Lawrence, Gide, Valery…).

Mi interesserebbe nell’immediato futuro  approfondire il suo saggio su Huxley, perché ne dà una lettura inedita, critico-problematica e in profondità, ( ovviamente fino al limite temporale del 1938), con una angolazione che illumina pure alcuni aspetti della sua poetica, così come emerge proprio in ‘Le Madri-Montagne”.
Come vedi – pur nella innegabile differenza – la Pozzi non è  poi così ‘lontanissima’ – come ‘sembra’- dal mio mondo creativo.

copyright Carla Glori

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