Decifrazioni e soluzioni 2013

[ A+ ] /[ A- ]

Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d’una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale e però, ex hyphotesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri dhcmrlchtdj che la divina Biblioteca non abbia previsto…

Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele

Un giallo storico e un diario segreto in codice

Il documento presenta una parte delle  decifrazioni relative alla storia della famiglia Sforza e alle personali vicende dei suoi componenti che ruotano attorno al giallo della morte di Gian Galeazzo, tralasciando le frasi decifrate relative a Luca Pacioli, ai poliedri e al Pittore stesso.

Pur trattandosi di “costruzione linguistica artificiale” generata dal programma della “macchina alfabetica” del cartiglio e non di linguaggio naturale, l’insieme delle frasi e la trama sforzesca che esse intrecciano danno luogo a una sorta di “diario segreto” fatto di frammenti, storicamente documentato e permeato di vitalità e suggestioni letterarie.
La condivisione della conoscenza della storia anche privata della famiglia Sforza – che in questo caso rimanda all’idea di codice come sistema organico di simboli e riferimenti che consente trasmissione del messaggio e sua comprensione – è essenziale per la decifrazione.
Come in una rappresentazione teatrale, un’abile regia segreta fa interagire i protagonisti e li fissa al loro destino.
Al centro il giallo della morte di Gian Galeazzo Sforza, scene dal suo funerale e i personaggi della famiglia Sforza “fotografati” in modo da renderli riconoscibili o identificati col loro nome.

Premessa e criteriLa scritta in chiaro e la storiaDecifrazioni 2010/13148 soluzioni
Lascio ai diversi futuri (non a tutti)
il mio giardino dei sentieri che si biforcano
…..
…nessuno pensò che libro e labirinto fossero una cosa sola.

Jorge Luis Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano

I criteri della ricerca (vedi in basso per la versione estesa)

Le frasi decifrate dal cartiglio di Capodimonte corrispondono ai criteri fissati dalla ricerca:

  • loro conformità a documenti e testimonianze storiche alla data del 1495
  • coerenza con il contesto testuale organico formato dal loro insieme
  • le frasi decifrate sono in maggioranza composte dalle lettere “IACO.BAR.VIGEN/NIS” più la parola chiave “MUSCA”, lasciando a parte “P. 1495”, ma alcune frasi assumono anche la lettere “P”, facente parte della scritta ed apposta dal pittore un po’ più distanziata, quasi ad isolarla dalle altre lettere. Trattasi di “espansione” della ricerca attualmente in via di consolidamento, in cui la “P” viene considerata quale “lettera jolly” in funzione di ulteriori sviluppi. Ciò è avvenuto ad esempio con maggiore frequenza nelle frasi riferite al pittore stesso, al matematico Pacioli e per tutte quelle frasi riferite all’atto del ritrarre e all’opera d’arte, per lo più qui con riferimento al ritratto di Bianca Sforza, essendo la “P” del cartiglio da intendersi come “Pictus” o anche “Pinxit”.
  • la presenza in tutte le frasi decifrate della parola “Vinci” è imprescindibile e costituisce la costante distintiva di un codice unitario, che imprime il sigillo di autenticità a ciascuna frase appartenente all’insieme formato come sopra (il quale consta al presente di circa 200 frasi).
  • le decifrazioni facenti parte di questo primo campione di 72 frasi si riferiscono:
    a. alla mosca del cartiglio
    b. alla vicenda della morte e del funerale di Gian Galeazzo Sforza
    c. a suo zio il Moro
    d. agli Aragona, con riferimento ad Isabella d’Aragona
    e. al mago di corte Ambrogio da Rosate
    f. a Galeazzo Sanseverino (l’allievo), braccio destro e genero del Moro
    g. ai luoghi di Vigevano (dove è ambientato il dipinto) frequentati da Leonardo nel 1494-95 (Rocca Nuova, Roggia Mora, la “Mora”)
  • nella seconda parte, costituita da un campione di 76 frasi, compaiono i membri degli Sforza con i loro nomi e le vicende famigliari documentate alla data del 1495:
    a. Gian Galeazzo, Duca legittimo usurpato
    b. il “Buratto” col motto “tal a ti qual a mi”, sua Impresa personale
    c. la vedova Isabella d’Aragona in Gramaglie
    d. Isabella vedova incinta e perseguitata
    e. il Moro e la moglie Beatrice d’Este
    f. le due Duchesse rivali, Isabella e Beatrice
    g. Bianca Sforza, promessa sposa di Galeazzo Sanseverino per la quale lo sposo commissiona il ritratto di nozze a Leonardo
    h. la descrizione di quel ritratto che coincide con il ritratto della Gioconda
I criteri della ricerca - VERSIONE ESTESA

 

UN “GIOCO MATEMATICO-LINGUISTICO” PROGRAMMATO

 

TUTTE LE FRASI DECIFRATE VENGONO GENERATE  DAL REPERTORIO ALFABETICO

“IACO.BAR.VIGEN/NIS.P.1495“ PREORDINATO A TAL FINE+ la “parola-chiave” MUSCA, E POTREBBERO DEFINIRSI COME RISULTANTI MATEMATICO-PROBABILISTICHE DI UN “PROGRAMMA” SU BASE LINGUISTICA.

IL NUMERO FINALE NON E’ PREVEDIBILE ALLO STATO DELLA RICERCA, TUTTORA IN CORSO, TUTTAVIA CERTAMENTE SUPERA LE CIRCA DUECENTO FRASI DECIFRATE. IPOTIZZARE UNA QUANTIFICAZIONE DELLE DECIFRAZIONI E’ ARDUO IN QUANTO ESSE CONSTANO DI TUTTE LE POSSIBILI FRASI DECIFRABILI A PARTIRE DALLA SCRITTA DEL CARTIGLIO, CORRISPONDENTI AI CRITERI FISSATI DALLA RICERCA.

LE CIRCA 150 FRASI SELEZIONATE – CHE COSTITUISCONO UN CAMPIONE DI CIRCA ¾ RISPETTO ALL’UNIVERSO DELLE DECIFRAZIONI CONSEGUITE – SONO CORRETTE DAL PUNTO DI VISTA SINTATTICO E LESSICALE, LOGICAMENTE COERENTI, TALI DA FORMARE GRUPPI OMOGENEI DI “STORIE” DISTINTE E AL TEMPO STESSO INTERCONNESSE IN UNA TRAMA UNITARIA, CHE COINCIDE CON LA STORIA E LA BIOGRAFIA DOCUMENTATE DEI MEMBRI DELLA FAMIGLIA SFORZA (DI CUI COMPAIONO I NOMI)  E DI GALEAZZO SANSEVERINO (“L’ALLIEVO”),  NEL PERIODO CHE VA DALL’OTTOBRE DEL 1494 A TUTTO IL 1495.

LE FRASI, ESSENDO RISULTANTI DELLA DECIFRAZIONE, SONO ARTIFICIALMENTE GENERATE, E PER DI PIU’ CONTRATTE “A MO’ DI REBUS”, E PERTANTO UNA LORO VALUTAZIONE ORIENTATA SULLA PUREZZA LINGUISTICA CLASSICA PER UN VERSO O PER ALTRO VERSO SU RIGOROSI PARAMETRI DI DATAZIONE E FORME DI USO LOCALE O STILISTICO-PERSONALE NELLA LINGUA LATINA E’ DA CONSIDERARSI FUORI LUOGO. RESTANO FERMI I CRITERI DELLA COMPRENSIBILITA’, DELLA CORRETTEZZA, DELLA COERENZA TESTUALE INTRINSECA E IN RIFERIMENTO AL CONTESTO COMPLESSIVO DELLE FRASI DECIFRATE E AI DATI STORICO/BIOGRAFICI UFFICIALMENTE NOTI.

DATA LA POLIEDRICA  RICCHEZZA DELLE INFORMAZIONI CRIPTATE E LA FLESSIBILITA’ “TRASFORMAZIONALE” RICHIESTA DALLE PROCEDURE DI DECIFRAZIONE DELLE FRASI, (CHE RISULTANO SCIOLTE DA AUTOMATISMI RIGIDI E ANZI TALI DA SIMULARE FORME DI LINGUAGGIO “NATURALE”), NEL CORSO DELLA DECIFRAZIONE SI SONO RIVELATE FECONDE CONNESSIONI CON LA LINGUISTICA GENERATIVO TRASFORMAZIONALE CHOMSKIANA.

“DIO NON GIOCA A DADI”

IL TOTALE DELLE DECIFRAZIONI RICAVATE DAL CARTIGLIO, PRESENTA CARATTERISTICHE QUANTITATIVE E QUALITIVE TALI DA ESCLUDERE LA CASUALITA’.

IACO.BAR.VIGEN/NIS.+ MUSCA + P (quale lettera-jolly) E’ QUINDI UN PROGRAMMA CHE E’ STATO CREATO AL FINE DI GENERARE E TRASMETTERE INFORMAZIONI.

L’INSIEME DELLE FRASI DECIFRATE AD OGGI E DI QUELLE VIRTUALMENTE REPERIBILI IN FUTURO CONSTA DI TUTTE LE POSSIBILI FRASI GENERABILI A PARTIRE DALLE LETTERE COSTITUTIVE DELLA SCRITTA IACO.BAR.VIGEN/ NIS+ MUSCA+ P (lettera jolly) CHE SODDISFINO LE SEGUENTI 5 CONDIZIONI.

DEBBONO ESSERE:

1) IMPRESCINDIBILMENTE PORTATRICI DELLA PAROLA “VINCI”

2) SINTATTICAMENTE CORRETTE

3)SEMANTICAMENTE COERENTI E CORRELATE NEL CONTESTO TESTUALE

4) RIFERIBILI IN MODO CHIARO E PUNTUALE ALLA BIOGRAFIA DEI PERSONAGGI IVI NOMINATI E/O RICHIAMATI ALLA DATA APPOSTA SUL CARTIGLIO, CIOE’ IL 1495

5)LADDOVE POSSIBILE VERIFICATE E VERIFICABILI IN BASE A DOCUMENTI E TESTIMONIANZE SCRITTE DI CRONISTI E STORICI DELL’EPOCA O TRADIZIONALMENTE ACCREDITATI.

UNA ANALISI APPROFONDITA E DETTAGLIATA SULL’ARGOMENTO E’ PREVISTA PER LA PUBBLICAZIONE DEL LIBRO “ABACO VINCIANO”, CHE SI AUSPICA POSSA AVVENIRE A BREVE.

CIRCA IL CODICE VINCIANO DEL CARTIGLIO

LE DECIFRAZIONI PUBBLICATE NEL VIDEO COSTITUISCONO UN CAMPIONE RAPPRESENTATIVO PARI A CIRCA ¾  DEL TOTALE DELLE FRASI ATTUALMENTE DECIFRATE

I)              TUTTE LE FRASI LATINE SONO STATE FORMATE CON LE STESSE 15 LETTERE DELLA SCRITTA DEL CARTIGLIO DI CAPODIMONTE “IACO.BAR.VIGEN/NIS” (16 CON INTEGRAZIONE FACOLTATIVA DELLA “P”) + LA PAROLA CHIAVE  “MUSCA” CONTENENTE 5 LETTERE. L’USO DELLA “P”, PRESENTE SUL CARTIGLIO – OVE PRECEDE LA DATA E RISULTA DISTANZIATA (ISOLATA) RISPETTO ALLE ALTRE LETTERE DELLA SCRITTA – E’ STATO PREVISTO IN VIA ASISTEMATICA, CONSIDERANDOLA RISORSA AGGIUNTIVA PER ULTERIORE AMPLIAMENTO DELLA GAMMA ALFABETICA E DA UTILIZZARSI IN TALE OTTICA FACOLTATIVAMENTE, ONDE AUMENTARE LE POSSIBILTA’ DI DECIFRAZIONE. LE FRASI FORMATE CON L’INCLUSIONE DELLA LETTERA JOLLY “P” COSTITUISCONO UN SOTTOINSIEME DEL TOTALE DELLE FRASI DECIFRATE.

II)            PUR ESSENDO COMPLESSIVAMENTE VENTI LE LETTERE DISPONIBILI, (VENTUNO CON LA “P”, CONSIDERATA LETTERA JOLLY), IN TOTALE, IL REPERTORIO DELLE LETTERE ALFABETICHE USATE PER FORMARE LE FRASI SI RIDUCE A DODICI OVVERO TREDICI NEL CASO SI UTILIZZI LA “P” (SOTTRAENDO LE RIPETIZIONI DUPLICI DI “C”, “N”, “S” E TRIPLICI DI “I”, “A” PER UN TOTALE SOTTRAENDO FISSO DI 7 LETTERE REPLICANTI; ED INOLTRE SOTTRAENDO SEMPRE DAL RESTO LA LETTERA “V” DI “VINCI”, CONTRASSEGNO FISSO DISTINTIVO DEL CODICE, CHE PERTANTO NON CONCORRE ALLA FORMAZIONE DELLE FRASI STESSE).

III)          CIO’ PREMESSO PER IL REPERTORIO ALFABETICO CIRCOSCRITTO A DODICI (+ P) LETTERE DELL’ALFABETO, LE FRASI RISULTANO TUTTE COSTITUITE DA UN NUMERO DI LETTERE PARI A QUINDICI O, NEL CASO DI INCLUSIONE DELLA “P”, PARI A SEDICI.

IV)           LA CARATTERISTICA DISTINTIVA DELLE FRASI CHE CONSENTE LA FORMAZIONE DI UN “INSIEME” È DATA DAL RICORRERE DELLA COSTANTE “VINCI”, ASSUNTA COME CARATTERISTICA IMPRESCINDIBILE, NECESSARIA MA NON SUFFICIENTE,  PER LA VALIDAZIONE DELLE DECIFRAZIONI. LA PRESENZA COSTANTE DI “VINCI” E’ VISUALIZZATA NELLE “SOLUZIONI” POSTE IN CODA RISPETTIVAMENTE ALLA PARTE PRIMA (IN NUMERO DI SETTANTATRE) E SECONDA (IN NUMERO DI SETTANTASEI).

V)             LA COMPRENSIONE DEL MESSAGGIO DELLE FRASI COSI’ FORMATE – PREVIA INDIVIDUAZIONE DELLA “PAROLA-CHIAVE MUSCA” – E’ AVVENUTA SULLA BASE DELLA CONOSCENZA DELLA STORIA PRIVATA DELLA FAMIGLIA SFORZA E DEI FATTI STORICI IN ESSA OCCORSI NEL BIENNIO 1494-1495. IL PITTORE CHE HA CIFRATO IL CARTIGLIO E L’AUTRICE DELLA DECIFRAZIONE HANNO ADOTTATO LO STESSO CODICE – OVVERO LA PRIVATA STORIA DEGLI SFORZA TRA IL 1494-95 – INTESO COME SISTEMA ORGANICO DI SIMBOLI E DI RIFERIMENTI, E CIO’ HA CONSENTITO LA TRASMISSIONE E LA COMPRENSIONE DELLA COMUNICAZIONE IVI CRIPTATA.

VI)           LE ATTUALI DUECENTO FRASI DOTATE DI SENSO COSI’ RICAVATE COSTITUISCONO UN DATO QUANTITATIVO ECCEZIONALMENTE RILEVANTE, CHE APPORTA CONSEGUENZE DI ORDINE QUALITATIVO, COSTITUENDO QUEL SALTO DI QUALITA’ CHE DEPONE A FAVORE DELLA “NON CASUALITA’” DEL FENOMENO.

VII)         LE CARATTERISTICHE DELLE FRASI IN QUESTIONE E LA LORO INTERCONNESSIONE E COERENZA SEMANTICA SONO TALI DA ESCLUDERE POSSA TRATTARSI DI PRODOTTI CASUALI, POICHE’ VI COMPAIONO – OLTRE ALLA PAROLA “VINCI”, QUALE COSTANTE DEL CODICE CHE LE CONTRADDISTINGUE – NOMI DI PERSONAGGI, LUOGHI E FATTI BIOGRAFICI DOCUMENTATI PROPRI DELLA STORIA DELLA FAMIGLIA SFORZA TRA L’OTTOBRE 1494 E IL 1495 (DATAZIONE DEL CARTIGLIO), E NEL COMPLESSO LA TRAMA, COSTITUITA DALL’INSIEME DEI SINGOLI GRUPPI OMOGENEI DI FRASI, CORRISPONDE ALLA VICENDA BIOGRAFICA E ALLA STORIA DELLA FAMIGLIA DUCALE NEL BIENNIO IN QUESTIONE, STRUTTURANDOSI IN FORMA ORGANICA E COERENTE

VIII)       LA DATAZIONE E I SOGGETTI RITRATTI COINCIDONO CON IL BIENNIO 1494/95 DEL PRIMO SOGGIORNO MILANESE DI LEONARDO E I DUE PERSONAGGI IMPLICATI (PACIOLI E SANSEVERINO) EBBERO CON IL PITTORE UN RAPPORTO PRIVILEGIATO, MENTRE DA PARTE DI LEONARDO E’ ALTRETTANTO DOCUMENTATA LA FREQUENTAZIONE DEL MORO E DELLA COPPIA DUCALE FIN DAL MOMENTO DEL MATRIMONIO, IN OCCASIONE DEL QUALE PROGETTO’ E ORGANIZZO’ LA CELEBRE “FESTA DEL PARDISO (FU PURE OSPITE IN PAVIA DI ISABELLA, PER LA QUALE PROGETTO’ LA SUA STANZA DA BAGNO ED ESEGUI’ INNOVATIVI PROGETTI IDRAULICI). PERTANTO E’ CERTO CHE IL PITTORE DISPONESSE DI CONOSCENZE E INFORMAZIONI DI PRIMA MANO SULLE VICENDE EMERSE IN LUCE DALLE DECIFRAZIONI. LA  “TESTIMONIANZA” CHE EMERGE COINCIDE CON QUELLA DEGLI STORICI E DEI CRONISTI A LUI CONTEMPORANEI E CON L’UFFICIALE VERSIONE DEI FATTI RESA SUCCESSIVAMENTE DA STORICI ILLUSTRI, E IN GRAN PARTE TROVA RISCONTRI PUNTUALI NEGLI ATTI E DOCUMENTI D’ARCHIVIO.

ULTERIORI PRECISAZIONI: CRITERI DI VALIDAZIONE DELLE FRASI

IL CRITERIO DI VALIDAZIONE DELLE FRASI ADOTTATO DALLA RICERCA SI FONDA SU:

A) ESCLUSIONE DI FRASI PRIVE DEL “MARCHIO” D’ORIGINE COSTITUITO DALLA PAROLA (LA FIRMA)  “VINCI

B) CORRETTEZZA SINTATTICA E COMPRENSIBILITA’ DELLE FRASI RAPPORTATA A UN LATINO “MEDIO” (E’ SUFFICIENTE L’USO DI UN COMUNE DIZIONARIO SCOLASTICO )

C) ACCOGLIMENTO NELLE FRASI LATINE DECIFRATE DI  “APPROSSIMAZIONI” E VARIANTI DI SCARSO RILIEVO,  TALI COMUNQUE DA NON INCIDERE  SULLE REGOLE GRAMMATICALI E SULLA  CORRETTEZZA, E DA ESCLUDERE  FORME DI MANIPOLAZIONE DEL SIGNIFICATO. LE MINIME INTEGRAZIONI FRASALI SONO STATE NECESSITATE DAL VINCOLO ALQUANTO RESTRITTIVO DEL REPERTORIO FISSO DELLE LETTERE UTILIZZABILI E DALLA TIPOLOGIA CLASSICA DEL REBUS, COMPORTANTI DRASTICA ABBREVIAZIONE .

D) ACCOGLIMENTO DI CONTRAZIONI DI PAROLE, QUALI AD ESEMPIO INIZIALI RICORRENTI DEI  NOMI. AD ESEMPIO, G.S. PER GALEAZZO SANSEVERINO (dieci volte nella prima parte e diciotto volte nella seconda parte) MENTRE LA SOLA INIZIALE DEL NOME G. COMPARE UNA VOLTA (nella seconda parte); INOLTRE PER BIANCA SFORZA SANSEVERINO CHE COMPARE ESCLUSIVAMENTE NELLA SECONDA PARTE, IL SUO NOME COMPARE PER INTERO DICIOTTO VOLTE, MENTRE LE SUE INIZIALI B. E B.S. COMPAIONO RISPETTIVAMENTE DUE VOLTE CIASCUNA E B.S.S. UNA SOLA VOLTA. L’ACCOGLIMENTO DELLE INIZIALI E’ AVVENUTO    CONSIDERATA LA PIENA COERENZA TESTUALE E LA CONFORMITA’ DELLA FRASE AI CRITERI FISSATI PER LA RICERCA. CON ANALOGO RISPETTO DEI CRITERI PREFISSATI SI E’ PROCEDUTO PER LE ABBREVIAZIONI “ISA E “BEA” (INDICATA UN’UNICA VOLTA CON LA SOLA INIZIALE “B”), CHE COSTANTEMENTE RICORRONO A DESIGNARE ISABELLA E BEATRICE. NELLE CONTRAZIONI E’ INCLUSA ANCHE LA SOPPRESSIONE DELL’“H” MUTA, IN QUANTO LETTERA  ASSENTE DALLA FRASE ORIGINARIA, CHE TUTTAVIA NON INCIDE SOTTO L’ASPETTO DEL SIGNIFICATO E FONETICO DELLE PAROLE. LA “H” E’  SOPPRESSA RISPETTIVAMENTE IN “ROCA” (LA FORMA ROCHA E’ ATTESTATA LOCALMENTE IN VIGEVANO) E “BIANCA”(CHE COMPARE NELLE LETTERE DEL PADRE IL MORO COME BIANCHA). SI PRECISA CHE LE DUE PAROLE IN QUESTIONE COMPAIONO COMUNQUE SCRITTE SENZA LA “H” IN VARIE CITAZIONI E DOCUMENTI. “ROCA” E’ CITATA IN PIU’ PUNTI DELLE “DISSERTAZIONI” DEL MURATORI NELLA PARTE PRIMA E “BIANCA” E’ PRESENTE IN ALCUNI ATTI TRA CUI: LA LETTERA  SUL VIAGGIO DI BIANCA A VOGHERA DEL 4 OTTOBRE 1496 DEL FUNZIONARIO GIACOMO SEREGNO, LA LETTERA DI CONDOGLIANZE SCRITTA DALL’IMPERATRICE BIANCA MARIA SFORZA A BEATRICE D’ESTE IL 13 GENNAIO 1497 *NOTA, I SONETTI DEL BELLINCIONI A LEI DEDICATI.

E) RIDUZIONE AL MINIMO DI VARIANTI E TERMINI RARI (ACCOLTI IN TOTALE IN NUMERO INFERIORE ALLE CINQUE UNITA’ E ATTESTATI DA COMUNI VOCABOLARI PER I LICEI – QUALI CAMPANINI CARBONI E CASTIGLIONI MARIOTTI – E DA CITAZIONE DELLE RELATIVE FONTI)

F) CORRISPONDENZA VERIFICABILE E DOCUMENTATA DELLE INFORMAZIONI CONTENUTE NELLE DECIFRAZIONI CON PERSONAGGI E FATTI STORICI DELLA  FAMIGLIA SFORZA NEL BIENNIO 1494-1495

F) APPARTENENZA DELLE FRASI AL CONTESTO LINGUISTICO SEMANTICO/TESTUALE  E STORICO-BIOGRAFICO OMOGENEO E UNITARIAMENTE COESO EMERGENTE DALL’INSIEME DELLE DECIFRAZIONI (COME ATTESTA IL RICORRERE DI NOMI PROPRI DI PERSONAGGI E DEI LORO SOPRANNOMI, DEI FATTI LORO RIFERITI, DEI LUOGHI CITATI E DESCRITTI, DEI RIFERIMENTI PUNTUALI CHE RICHIAMANO LA STORIA DEGLI SFORZA, LE CARATTERISTICHE PECULIARI E LE RECIPROCHE RELAZIONI DEI SUOI MEMBRI ECC.

*NOTA:  ACCOLGO LA TRASCRIZIONE DELL’ATTO DATA DALLO STORICO GIULINI, IN ATTESA DI EFFETTUARE VERIFICHE SULL’ORIGINALE NEL CONTESTO DI APPROFONDIMENTI CHE STO CONDUCENDO SULLA STORIA DELLA FAMIGLIA:
Hozi havevo recevuto le letere de la Ex.a V. nuntie de la imatura morte de la Ill. Bianca, figliola de quella e cusina nostra…” La lettera è firmata Blacha M.a Dei Gra. Romanorum Regina Semper Augusta. Etc., e datata Ex. Vormatia, XIII januarii 1497. (in Giulini A., Archivio Storico Lombardo – giornale della Società storica lombarda, serie IV, Volume XVIII-Anno XXXIX, Milano, Libreria Bocca, 1912, p.252).

 

IACO.BAR/VIGEN/NIS.  P.  1495

Illustris Augustus* Comes BAR. VIGievinENsis (o anche VIGiEviNe*)/ NIS., laddove NIS posto a capo sta per Nominatio Imperialis Sfortiae (o anche Nominatione Imperiale Sfortiae),  ma che può essere letto pure come Nepotis Interrupti SuccessorPictus 1495
NB*Vigievine: abitualmente usato da Leonardo per denominare Vigevano
*Anglus, cioè conte di Angleria, per il duca Sforza è più mirato di Augustus e ricorre anch’esso – al pari di Augustus e Augustissimus – nei documenti: conte di Angera o Angleria e discendente di Anglo, figlio di Enea (come da tradizione facente capo a Giangaleazzo Visconti). Più pertinente si rivela tale termine per il Pacioli, che  chiama appunto Anglo Ludovico il Moro (“quando a li stipendii dello eccellentissimo duca di quello, Ludovico Maria Sforza Anglo, ci retrovamo nelli anni de nostra salute 1496, fin  al ’99”).

Traducendo:
Illustre Augusto Co-reggente (cioè luogotenente generale e tutore) duca di BARI. VIGEvaNense (o anche VIGEvaNo) / NIS., laddove NIS posto a capo sta per Nomina Imperiale dello Sforza (o anche: per la Nomina Imperiale dello Sforza), ma può essere letto pure come  Successore del Nipote Ucciso. Dipinto nel 1495

NB: Nella data “1495” l’ambiguità nella scrittura del 5 (che parrebbe ibridato col 4) trova una spiegazione nel fatto che il biennio 1494/95, coincidente con la presa del potere del Moro, fu anno di transizione ed assume pertanto valore emblematico.
Nella ricerca compare pure un approfondimento connesso alla sacralità violata del 5 (numero avente valenza “divina” per il Pacioli) in relazione ai fatti del biennio, connessi alla morte di Gian Galeazzo Sforza.

Il 1945: anno dell'investitura di Ludovico il Moro

Il Moro nell’estate 1494 ottiene dall’imperatore Massimiliano l’ivnestitura a Duca per sé e per gli eredi, con accordo che l’avrebbe resa pubblica nel maggio dell’anno successivo. Nel maggio 1495 tre furono le cerimonie d’investitura:

  • la prima in forma privata, il 22 maggio, nella cappella del Castello di Porta Giovia
  • la seconda pubblica, con i rappresentanti delle potenze italiane, il 26 maggio, sul sagrato del Duomo di Milano
  • la terza il 28 maggio nella Cattedrale di Pavia, dove il Moro fu investito del titolo di Conte della città

Dagli atti risulta che nelle cerimonie il vessillo con l’aquila imperiale e lo stemma sforzesco inquartati fu affidato a Galeazzo Sanseverino, comandante generale dell’armata (l’allievo ritratto accanto al PAcioli presenta affinità col vessillifero che compare nella miniatura del Messale Arcimboldi conservata presso la Biblioteca del Capitolo Metropolitano di Milano)

A sinistra particolare ingrandito della miniatura del Messale Arcimboldi, di Artista ignoto, che raffigura l’investitura di Ludovico il Moro del 1495 - Codice miniato commissionato dall’arcivescovo Antonio Arcimboldi, Biblioteca del Capitolo Metropolitano, Milano.Capigliatura e berretto presentano similitudine con il ritratto dell’allievo di Capodimonte, di cui a destra si trova il particolare (i presenti che attorniano il Moro hanno i berretti neri e rossi)

A sinistra particolare ingrandito della miniatura del Messale Arcimboldi, di Artista ignoto, che raffigura l’investitura di Ludovico il Moro del 1495 – Codice miniato commissionato dall’arcivescovo Antonio Arcimboldi, Biblioteca del Capitolo Metropolitano, Milano.
Capigliatura e berretto presentano similitudine con il ritratto dell’allievo di Capodimonte, di cui a destra si trova il particolare (i presenti che attorniano il Moro hanno i berretti neri e rossi)

FONTI: Istruzioni per la cerimonia di investitura (Milano, Archivio di Stato, “Sforzesco”, 1469, doc.208) – Traditio possessionis ducatus Mediolani facta per infrascriptos procuratores praefato duci, Milano, Archivio di Stato, “Registri Ducali”, 62 cc. Iv-9v – Lettera sull’investitura del 31 maggio 1495 di Beatrice d’Este-Sforza a Isabella d’Este, in cui si firma Beatrix Maria Sfortia Angle ducissa Mediolani,  Mantova, Archivio di Stato, “Gonzaga”, E.XLIX.2

L'allievo è Galeazzo Sanseverino e veste alla moda milanese della prima metà del 1490
PRIMA PROVA: La capigliatura e il berretto.

La somiglianza dell’allievo di Capodimonte con il militare vestito di rosso che porta il vessillo nella miniatura del “Messale Arcimboldi” del 1495, conservato alla Biblioteca del Capitolo Metropolitano di Milano, è palese nella capigliatura e nella foggia del berretto di forma sferica, di moda alla corte del Moro e portato dalla generalità dei gentiluomini milanesi ivi raffigurati, che lo portano di colore sia nero che rosso (tra il vessillifero nella miniatura e l’“allievo di Capodimonte” il berretto differisce solo per il colore rosso). Nella miniatura, il militare in piedi, di fronte alla tribuna ove siede il Duca investito, e recante in mano lo stendardo inquartato con la biscia visconteo-sforzesca e l’aquila, viene identificato in Galeazzo Sanseverino, che ha ricevuto l’insegna dal Moro stesso. (Si veda in: Traditio possessionis ducatus Mediolani facta per infrascriptos procuratores praefato duci…, Milano, Archivio di Stato, registri ducali, 62, cc., Iv-9v: “Quod vexillum illustri et magnanimo heroi domino Galeaz Sfortiae Vicecomiti de Sancto Severino, suo genero et armorum capitaneo generali, dux ipse Ludovicus illico tradidit…” tradotto in “Vessillo che il principe stesso Ludovico consegnò sul posto all’illustre e magnanimo eroe signore Galeazzo Sforza Visconti da San Severino suo genero e capitano…”)

SECONDA PROVA: trattasi di moda  in voga alla corte del Moro.
Il “Musico” dell’Ambrosiana indossava giubba rossa con stola e berretto molto simile a quelli dell’“allievo di Capodimonte”. La veste del Musico, databile nella prima metà del  1490, si presenta oggi di colore nero, con analogo curioso particolare della forma fusiforme bianca sul petto. Tale copertura di colore nero della veste è stata fatta successivamente. Le analisi di Bora su riflettografie di Cavaciuti (Milano, 1987) e i successivi esami effettuati in occasione del libro di Pietro Marani sul Musico (Milano, 2010), confermano che:

  • sotto la copertura di colore nero data in un secondo tempo all’abito, la veste originaria del Musico aveva colore rosso vivo
  • sotto la stesura coprente giallo ocra della stola del Musico la colorazione della pelliccia analoga da lui indossata era giallo chiaro, simile alla pelliccia dell’Allievo
  • nel Musico la giubba rossa aveva la medesima apertura centrale fusiforme da cui fuoriusciva la camicia
  • l’abito del Musico aveva analoga fila di bottoni rossi fino al colletto

(Come da studio comparativo pubblicato in Carla Glori, Cengio SV, 2010, previa presa visione di documentazione riflettografica presso lo studio di Giorgio Cavaciuti in Milano anteriormente al 2010)

A sinistra particolare del Ritratto di Luca Pacioli con un allievo: l’allievoA destra Leonardo da Vinci, Il Musico, cm.40x30, tavola tempera e olio, Inv. 99 1971 000099, Pinacoteca Ambrosiana, Milano

A sinistra particolare del Ritratto di Luca Pacioli con un allievo: l’allievo
A destra Leonardo da Vinci, Il Musico, cm.40×30, tavola tempera e olio, Inv. 99 1971 000099, Pinacoteca Ambrosiana, Milano

Il giostratore Sanseverino e il ritratto del Musico: la somiglianza e il simbolico fuso

L’allievo di Capodimonte e Il Musico dell’Ambrosiana di mano di Leonardo presentano identica foggia del berretto (diverso nel colore) e analogo particolare fusiforme dul petto (il Musico lo presenta sulla copertura nera e sul dipinto sottostante, che, come da descrizione fatta, indossa identica giubba). Si registra una somiglianza tra i due soggetti.
Per inciso, in precedenza (Cengio, 2010),  ho ipotizzato che il Musico fosse il ritratto nuziale del Sanseverino, che peraltro amava esibirsi nel canto, secondo quanto riporta Julia Cartwright, e che la copertura nera dell’abito sia stata fatta successivamente, presumibilmente dopo la morte della moglie Bianca Sforza. La tesi assumeva che il musico fosse il ritratto nuziale del Sanseverino, e che Leonardo abbia effettuato la sovracopertura nera dell’abito (peraltro non invasiva e anche “protettiva”, come risulta alle analisi) successivamente, nel periodo in cui il Sanseverino, oltre che fresco vedovo, era preoccupato per la situazione politico-militare o forse addirittura già rifugiato presso l’imperatore Massimiliano: infatti l’abito nero era abituale per lui, in quel periodo, come precisa la Cartwright. Inoltre lo spartito non veniva considerato come identificativo del personaggio bensì come un messaggio simbolico di cui purtroppo non è possibile ricostruire la leggibilità (date le condizioni). In una testimonianza del 1497, risulta vestito di nero e con un ricamo dorato a fuso.
Ormai vedovo, “eL venere, adì 8, dapoi disnar” (venerdì 8 settembre 1497, dopo pranzo), Marin Sanudo lo descrive a Brescia, per la venuta della regina di Cipro, Caterina Cornaro, sorella del podestà (Sanuto M. in Rawdon Lubbock Brown, Jacopo Vincenzo Foscarini, “Ragguagli sulla vita e sulle opere di Marin Sanuto detto il Juniore veneto…”, (Venezia, MDCCCXXXVII,vol.I), p.84. Come quaranta compagni del suo seguito, è interamente vestito di nero, e porta sul cappello nero “un fuso largo con somesso d’oro atorno”. Si osserva che Il fuso ha la forma della punta di lancia, in cui eccelleva come giostratore e comandante del corpo scelto di lanceri più prestigioso dell’epoca.
In più occasioni vestiva per opportunità politica-diplomatica alla moda francese o tedesca. (in quell’occasione prende parte ad una giostra in onore di Caterina Cornaro e veste alla tedesca per ricordare che il Duca di Milano è buon alleato dell’imperatore Massimiliano d’Austria).

Verifica le soluzioni cliccando qua sopra

IACO.BAR. VIGEN/NIS. P. 1495 (più la parola-chiave “MUSCA”)

diventa

ROGAS ABACUM SINE  VINCI – (P.1495)
traducibile come
(tu, Pacioli) CHIEDI (soluzioni) ALL’ABACO SENZA VINCI – (P.1495)
cioè da solo, senza di me – Vinci – mentre sto facendo  il ritratto

È la prima decifrazione operata nel 2010,  qui resa nell’interpretazione più immediata e concreta, poiché la frase si presta a vari livelli di interpretazione (data  anche la complessità implicata nel termine “ABACO”). Pacioli era maestro d’abaco e per il Pittore tale parola assume una pluralità di significati estesi anche all’ambito artistico e all’idea di “enigma” (come da saggio datato 2010 “Il misterioso ritratto di Luca Pacioli”)

ROGAS ABACUM in ultima istanza si rivela qui l’invito che il pittore fa a chi cerchi la soluzione all’enigma racchiuso nel cartiglio e nell’opera.

Una spiegazione logica per l'enigma

Il “Doppio ritratto di Capodimonte” è permeato dall’enigma. Una tra le frasi decifrate illumina la complessità e la profondità assegnate dal Pittore a questa parola è la seguente:

AENIGMA SUB SACRO – VINCI (P.1495)
traducibile come
ENIGMA SOTTO (cioè nascosto sotto) IL SACRO – VINCI (P.1495)

La frase, affascinante ed enigmatica, è estrapolata dal gruppo riferito al Pittore stesso, tralasciato nel campione qui proposto nel sito unitamente al gruppo relativo al matematico Pacioli e al rombicubottaedro, nell’intento di focalizzare le frasi pertinenti a Gian Galeazzo Sforza e famiglia, essenziali per la decifrazione del cartiglio.

UNA FIRMA MACROSCOPICAMENTE CONTRAFFATTA: PERCHÈ? E PERCHÈ  LA MOSCA AL POSTO DEL CADUCEO?

Ogni spiegazione logica davanti all’enigma si rivela insufficiente.
Tuttavia – seppure parzialmente – 2 sono le spiegazioni plausibili.

È palese che la firma di de Barbari è volutamente contraffatta, e ciò poteva essere stato a conoscenza dei personaggi ritratti e del committente o anche fatto a loro insaputa. La firma del de Barbari è palesemente irriconoscibile nel cartiglio di Capodimonte, che, alla luce della spiegazione conseguita, ne costituisce una “citazione” caratterizzata da macroscopica deformazione e portatrice di implicazioni simboliche

Particolare: Il cartiglio con la firma di jacopo de Barbari in “Natura morta con pernice, guanti di ferro e dardo di balestra”, olio su tavola, cm49x42, Alte Pinakothek, Monaco di Baviera.

Particolare: Il cartiglio con la firma di jacopo de Barbari in “Natura morta con pernice, guanti di ferro e dardo di balestra”, olio su tavola, cm49x42, Alte Pinakothek, Monaco di Baviera.

In ogni caso la palese contraffazione poneva il Pittore in grado di giustificare – motivandola quale trovata scherzosa – la bizzarra iscrizione IACO.BAR.VIGEN/NIS. P.1495 (ovvero il “programma”, occultante il messaggio, che non doveva suscitare sospetti e investigazioni pena rischio mortale). La macroscopica contraffazione  di per sé costituisce già un messaggio e – nel caso del Moro – è portatrice di una traccia precisa.
Sussiste l’alterazione del nome e il caduceo è assente. Al posto del nome c’è una strana formula alfabetica; al posto del caduceo c’è la mosca. Perché la mosca?
Due risposte possono essere almeno in parte plausibili: per entrambe vale l’osservazione che la simulazione della firma di de Barbari rimanda alla particolarità del caduceo da lui apposto affiancato alla firma o da solo, direttamente sull’opera, con valore di firma.

Il caduceo era – unitamente ai “due fanali coi marosi” - impresa personale identificativa del Moro. Il suo motto era UT IUNGAR, affinchè io sia unito o congiunto.

Clipeo di S. Maria delle Grazie.
Il caduceo era – unitamente ai “due fanali coi marosi” – impresa personale identificativa del Moro. Il suo motto era UT IUNGAR, affinchè io sia unito o congiunto.

Vi è una duplice spiegazione logica riferita  sia a Luca Pacioli, ritratto al centro del quadro, sia al committente Ludovico il Moro.

  • Riguardo a Pacioli, il caduceo costituisce simbolico rimando all’onniscienza di Ermete Trismegisto, cui il frate matematico poteva assimilarsi, stante sapienza e conoscenze poliedriche
  • Riguardo al Moro, il riferimento al caduceo è immediato, in quanto sua “impresa” personale era appunto il caduceo (con motto UT IUNGAR). L’uso del caduceo, in quanto “impresa” propria e identificativa del Moro, non era consentito al Pittore, neppure nel “gioco imitativo della firma” del de Barbari, tanto più data la preoccupazione di non suscitare pericolosi sospetti e associazioni circa la bizzarra iscrizione che occultava il criptico messaggio. La sostituzione del caduceo con la simbolica mosca può essere intesa quale provocatoria conferma dell’identità del Moro e del suo ruolo nella storia segreta che il Pittore aveva occultato nel cartiglio (giustificabile come  innocuo “gioco imitativo”)

La mosca, quindi, identifica il Moro. La scritta del cartigio che cifra il messaggio segreto sta al posto della firma di Iacopo de Barbari; analogamente, la mosca dipinta sul cartiglio sta al posto del caduceo con valore di firma del De Barbari, ma essendo il caduceo un’“impresa” personale del Moro essa lo identifica e vale come sua firma.

Ne consegue  che porre nel cartiglio la mosca al posto del caduceo significa porre in relazione la mosca con il Moro e la sua firma

La mosca del cartiglio, parola chiave per la decifrazione
La mosca sulla macchia nera e la data deformata, evidenziati sul cartiglio

La mosca sulla macchia nera e la data deformata, evidenziati sul cartiglio

La mosca, qui posta all’inizio,  si rivela simbolo essenziale non solo per il cartiglio, ma anche per la comprensione dell’enigma che permea il “Doppio ritratto” di Capodimonte.
Il suo legame con la figura del Moro emerge dal campione di frasi che seguono, che rivela il decisivo potenziale simbolico che tale figura racchiude.
Le frasi instaurano una relazione tra la mosca e il sigillo BAR che identifica il Moro e, conformemente alla tradizione, svelano il suo legame con la dimensione infera e nella fattispecie con la morte del giovane duca Gian Galeazzo.

Le frasi sulla Mosca

OBESA MUSCA NIGRA – VINCI (p.1495)
traducibile come
OBESA MOSCA NERA – VINCI (P.1495)
o anche
INGRASSA O MOSCA NERA(!) – VINCI  (P.1495)
dove Obesa è anche 2° persona singolare dell’imperativo

MUSCA ABES A NIGRO – VINCI (p.1495)
traducibile come
TU ESCI DALLA MACCHIA NERA, O MOSCA – VINCI (P.1495)
oppure
TU, MOSCA, DIFFERISCI DALLA MACCHIA NERA  – VINCI (p.1495)
e anche
DIFFERENZIATI DALLA MACCHIA NERA, O MOSCA – VINCI (p.1495)

Infatti sul cartiglio la mosca si distingue in modo non nitido da una macchia nera dello sfondo, sulla quale risulta posata. Abes oltre che 2° persona singolare dell’indicativo presente è anche 2° persona dell’imperativo irregolare.

MUSCA AGAS IN ORBE – VINCI (p.1495)
traducibile come
O MOSCA CHE TU INCALZI IN SPIRE CIRCOLARI – VINCI (P.1495)
o anche
CHE TU OPERI NELLA CERCHIA (della Corte) – VINCI (P.1495)
laddove si appalesano i riferimenti alla cerchia cortigiana

MUSCA IBAS A REGNO – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU MOSCA VENIVI DAL REGNO (ovvero dalla Corte) – VINCI (P.1495)

SIGNA MUSCA EO “BAR” – VINCI P.1495
traducibile come
INDICA O MOSCA LÁ “BAR”- VINCI (P.1495)
infatti a sinistra la zampina superiore della mosca è alzata verso “BAR”

A MUSCA E SIGNO “BAR”- VINCI (P.1495)
traducibile come
DALLA MOSCA (che deriva) DAL SIGILLO “BAR” – VINCI (P.1495)

REA MUSCA AB SIGNO – VINCI (P.1495)
traducibile come
LA MOSCA (resa) COLPEVOLE DAL SEGNO – VINCI (P.1495)

La nera mosca – che evoca il Moro – è rivelatrice; il fatto che la zampina sinistra indichi verso “BAR” identifica il duca di Bari. Il modo particolare in cui in “BAR” le lettere “AR” si compenetrano evoca pure il nome degli Aragona, apparentati tramite Isabella al ramo di Gian Galeazzo (si rinvia all’osservazione di “BAR” sul cartiglio).

A MUSCA ORBIS AGNE – VINCI (P.1495)
traducibile come
DALLA MOSCA DELLA CERCHIA (cortigiana) O AGNELLO – VINCI (P.1495)

IGNORABAS E MUSCA – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU (Gian Galeazzo) IGNORAVI (ciò che veniva) DALLA MOSCA – VINCI (P.1495)

E infatti il giovane duca era all’oscuro del disegno dello zio Ludovico, che il 5 settembre 1494 aveva segretamente ottenuto il diploma d’investitura dall’imperatore Massimiliano I e in quello stesso anno andava pianificando la sua eliminazione
I documenti attestano che fino alla fine Gian Galeazzo si affidò allo zio, abile nel fingersi suo mentore e protettore, e cominciò a dubitarne solo il 7 ottobre 1494, allorchè “in segreto, facto andare da canto ogniuno”, chiese a Dionisio Confalonieri (spia del Moro) “se credeva che (suo zio Ludovico) li volesse bene”.
(ASMI, Arch. Visc.-Sforz., Potenze sovrane, cart. 1464)

MUSCA ES ORBA AGNI – VINCI (P.1495)
traducibile come
O MOSCA SEI  PRIVA DELL’AGNELLO – VINCI (P.1495)

Nel senso che ora (nel 1495) il Moro – dapprima associato nel governo – è da solo a governare essendo morto il nipote Gian Galeazzo, il quale nelle frasi ricorre costantemente indicato come l’agnello (così come pure lo definisce il Corio: “immacolato agnello”)

ENA MUSCA  AB ROGIS – VINCI (P.1495)
traducibile come
VOLA O MOSCA DALLE PIRE FUNEBRI – VINCI (P.1495)

L’imperativo ha valenza di esortazione dal sapore sarcastico. La frase sancisce il legame tradizionale con la morte e la dimensione infera assegnato alla mosca nel cartiglio e in particolare il suo riferirsi alle spoglie mortali di Gian Galeazzo.

OBEAS MUSCA NIGRA – VINCI  (P.1495)
traducibile come
CHE TU POSSA SCOMPARIRE O MOSCA NERA – VINCI (P.1495)

Le frasi a seguire danno costanti conferme che la mosca rappresenta il Moro. È a lui che la frase è rivolta. Il messaggio cifrato dal Pittore che si firma VINCI nel cartiglio, qualora decrittato, stante il potere assoluto e il carattere tirannico dello Sforza, avrebbe probabilmente comportato per l’autore la pena di morte.
La cifratura di messaggi non era solo una moda molto in voga ma una pericolosa necessità nelle corti dell’epoca, in cui le spie dei potenti erano numerose e spietate. Un esempio famoso è rappresentato dal capo del controspionaggio Sir Francis Walsingham che, meno di un secolo dopo, fece condannare a morte Maria Stuarda, scoperta con un messaggio cifrato di Anthony Babington decrittato dall’abilissimo Thomas Phelippes.

Il grande assente Gian Galeazzo Sforza, soprannominato Agnello
Giovanne Galeazo…non senza qualche suspecto…pareva incurabile … Passò a megliore vita con grandissimo merore de ogni suo subdito, parendoli crudele cosa che, non attingendo al vigesimo quinto anno di età, come immacolato agnello senza veruna causa fusse spinto dal numero dei viventi…Bernardino Corio, Storia di Milano
Particolare : Gian Galeazzo e Ludovico Maria Sforza, Miniatura di Giovanni Pietro Birago, Biblioteca Nazionale di 
Francia, Parigi ("La Sforziade" di Giovanni Simonetta, trad.ne Cristoforo Landino impressa in Milano da Antonio Zarotto, 1490)

Particolare : Gian Galeazzo e Ludovico Maria Sforza, Miniatura di Giovanni Pietro Birago, Biblioteca Nazionale di 
Francia, Parigi ("La Sforziade" di Giovanni Simonetta, trad.ne Cristoforo Landino impressa in Milano da Antonio Zarotto, 1490)

Morte di Gian Galeazzo e presa del potere

Queste frasi rivelano l’intreccio tra l’usurpazione del potere perpetrata dal Moro e la  morte del giovane “agnello” immolato, e in questo contesto la figura dello zio è richiamata costantemente ed univocamente (essendo posta ripetutamente in relazione all’”esca”, alla presa del potere e alla scomparsa dell’agnello).

L'agnello Gian Galeazzo

Il Duca Gian Galeazzo Sforza compare sempre indicato con agnus, appellativo già usato dal Corio che ben ne sintetizza il destino sacrificale definendolo “immacolato agnello” .
La scomparsa del giovane è associata all’“esca” e i riferimenti alle bevande e al cibo sono connessi alla sua morte. Inoltre nella “storia” che si delinea (in cui compare di sfuggita la figura di Isabella d’Aragona – Isa – che nella seconda parte, quale vedova, sarà essa stessa protagonista di una “storia” ), è palese l’usurpazione dinastica e la presa del potere del Moro conseguente alla sua morte.

Suo zio il Moro

Il gelso Moro (Morus) prediletto da Ludovico è all'origine del suo soprannome:

“…Nichil nisi magna sapientia cogitas: maiore consilio disponis: paterna et maxima fortuna regis et gubernas. Quare et tibi sapientissima arborum Morus cognomen dedit.…” “…Tu non mediti nulla se non con grande saggezza: (poi) programmi con avvedutezza (ancora) più grande: (infine) dirigi e governi con la più grande fortuna. Per la qual cosa anche a te il Gelso Moro, la più saggia delle piante ha dato il soprannome di Moro…”in Dedica, Theorica Musicae Franchini Gafurii laudesis, Milano, 1492

Il Moro, Morus agnomen: Lo zio Ludovico Maria Sforza compare sempre col soprannome “Morus” (Morus Agnomen). La pianta del gelso, detto “moro” in Lombardia era da lui prediletta non solo per le ricche coltivazioni e la fiorente produzione della seta, ma soprattutto in quanto “figurazione allusiva alla sophia con la quale egli Morus agnomen governava”(in G.Benzoni, Ludovico Maria Sforza, Dizionario biografico degli Italiani online, Treccani).

Il Moro, Homo niger: In alcune frasi Ludovico è nominato col termine “niger” (avente nel contesto anche significato di “malvagio”). Già dal 1461 in un documento appare come Ludovicus Maurus e in varie miniature a lui dedicate compare la testa di un moro associata all’ordine segreto di san Maurizio. A sottolineare l’apparenza di homo niger sarebbe comparso accompagnato da uno scudiero nero (in Mc. Grath E., Ludovico il Moro and his Moors, 2002).

Particolare : Gian Galeazzo e Ludovico Maria Sforza, Miniatura di Giovanni Pietro Birago, Biblioteca Nazionale di 
Francia, Parigi (“La Sforziade” di Giovanni Simonetta, trad.ne Cristoforo Landino impressa in Milano da Antonio Zarotto, 1490)

Particolare : Gian Galeazzo e Ludovico Maria Sforza, Miniatura di Giovanni Pietro Birago, Biblioteca Nazionale di 
Francia, Parigi (“La Sforziade” di Giovanni Simonetta, trad.ne Cristoforo Landino impressa in Milano da Antonio Zarotto, 1490)

Le frasi su Gian Galeazzo e il Moro

MORI AGNUS AB ESCA – VINCI (P.1495)
traducibile come
IL MORIRE DA AGNELLO PER VIA DELL’ESCA – VINCI (P.1495)
la parola “esca” compare ripetutamente, connessa alla morte di Gian Galeazzo

AGNUS AB ESCA MORI – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU AGNELLO (ucciso) DALL’ESCA DEL MORO – VINCI (P.1495)
esca è riferita sia al cibo avvelenato sia al tradimento attuato dallo zio nei  confronti dell’innocente Gian Galeazzo

AU “BAR” MISCES AGNO – VINCI (P.1495)
traducibile come
AHIMÈ, (duca di) “BAR(i), MESCI (le bevande) ALL’AGNELLO – VINCI (P.1495)

BAR (o anche BARI e meno comunemente BARRI ) compare ovunque sia in luoghi storici di Vigevano (vedasi il saggio del 2010 citato) che nelle sue “imprese”, nella sua bandiera e in raffigurazioni di Ludovico Maria Sforza, duca di Bari (anche ad esempio nel cassone dei “Tre Duchi” del Castello Sforzesco e  nella decorazione in alto a destra del Cenacolo), e designa la persona del Moro.
Il riferimento è puntuale e specifico e si riferisce all’episodio della riassunzione il 19 settembre 1494 da parte del Moro del coppiere di Gian Galeazzo – Franceschino Beccaria (che aveva “l’officio di darne da bevere”) – licenziato il 14 settembre da Gian Galeazzo, che ne trasse subitaneo miglioramento (ASMI, Arch.Visc.-Sforz., Potenze sovrane, cart.1464). Dal 19 settembre si acutizzò il male allo stomaco e iniziò l’agonia del duca (F. Vaglienti, Gian Galeazzo Sforza Dizionario Biografico Treccani online).

ABSCONSE AGI RUMA – VINCI (P.1495)
traducibile come
SEGRETAMENTE ESSERE PORTATI VIA (dalla vita) TRAMITE LO STOMACO – VINCI (P.1495)

Sebbene sulle minute di cancelleria mancasse la causa del decesso di Gian Galeazzo (la causa della morte era lasciata in bianco), la presa visione degli atti d’archivio relativi al decorso della sua malattia conferma che Gian Galeazzo morì per il “collasso dell’intero apparato digerente” (F. Vaglienti, ut supra).

AC RAMUS AGNI OBES – VINCI (P.1495)
traducibile come
E D’ALTRONDE ALBERO GENEALOGICO DELL’AGNELLO SEI D’OSTACOLO – VINCI (P.1495)
il problema del Moro infatti era proprio quello di espropriare quel ramo della famiglia Sforza e usurparne il potere

MORUS AB ESCA AGNI – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU, MORO, (sei duca) GRAZIE  ALL’ESCA DELL’AGNELLO – VINCI (P.1495)
torna la parola esca, a sottolineare l’inganno e il cibo avvelenato attraverso cui il Moro raggiunse il fine del potere che si era prefisso

RES AC ISA OB AGNUM – VINCI (P.1495)
traducibile come
LO STATO E ANCHE ISA (Isabella D’Aragona) A CAUSA (della morte) DELL’AGNELLO  – VINCI (P.1495)
il senso, conformemente alla vicenda storica, richiama i classici  due piccioni con una fava, cioè il Ducato e l’espropriazione dell’Aragona

MORS AGNI ACUEBAS – VINCI (P.1495)
traducibile come
O MORTE DELL’AGNELLO INFIAMMAVI (gli animi) – VINCI (P.1495)

E infatti la morte del Duca e quello che ne conseguì suscitò lo sdegno del popolo, affezionato a Gian Galeazzo e a suo figlio,  e l’ira dei partigiani della vedova Isabella e del “duchetto” Francesco, che continuarono sempre a considerare il “duchetto” il legittimo Duca. A Milano vi era un numero rilevante di famiglie nobili e di alto lignaggio schierate dalla parte di Isabella d’Aragona e alcune di esse si unirono a lei allorchè, alla caduta del Moro nel 1500, partì per Napoli, seguendola poi in Bari.

RES AB AGNO CUM ISA – VINCI (P.1495)
traducibile come
LO STATO (il Ducato) DALL’AGNELLO E CONGIUNTAMENTE DA ISABELLA – VINCI (P.1495)
a conferma di quanto ripetuto in varie frasi, e con riferimento anche alla discendenza usurpata della coppia

AGNUS AC ISA OB REM – VINCI (P.1495)
traducibile come
L’AGNELLO E ANCHE ISABELLA (usurpati) A CAUSA DEL POTERE (sul Ducato) – VINCI (P.1495)

ABSUMAS. O CINGARE – VINCI (P.1495)
traducibile come
(Moro si dice) che tu UCCIDA. OHIME’ TU SIA INCORONATO – VINCI (P.1495)

COMES SUB ARA AGNI – VINCI (P.1495)
traducibile come
IL CO-REGGENTE (Moro) AI PIEDI DELL’ARA FUNEBRE DELL’AGNELLO – VINCI (P.1495)

Ara, tradotta come “monumento funebre” e “ara sepulcri” o “pira”, in questo caso vale anche a richiamare l’ara sacrificale, su cui in origine si celebravano funzioni sacre e si immolavano vittime sacrificali (con un implicito richiamo all’immolazione dell’“agnello immacolato” Gian Galeazzo di cui scriveva allora il Corio).

ESUS OB ARCAM AGNI – VINCI (P.1495)
traducibile come
IL MANGIARE (avvelenato) A CAUSA DEL FORZIERE DELL’AGNELLO – VINCI (P.1495)
in particolare, arca in Cicerone è equivalente a “denaro”

IUS NEGAS OB ARCAM – VINCI (P.1495)
traducibile come
(Tu, Moro) NEGHI LA LEGGE A CAUSA DEL FORZIERE – VINCI (P.1495)

AU REGNAS OB SICAM – VINCI (P.1495)
traducibile come
AHIMÈ, TU REGNI A CAUSA DELL’ASSASSINIO – VINCI (P.1495)

La frase, analogamente a quella successiva, è esplicito riferimento alla presa del potere del Moro dopo la morte del nipote (che risulta essere un omicidio), ufficializzata con l’investitura a Duca nelle tre cerimonie del maggio 1495.
Sica è usato comunemente in senso figurato per “assassinio”.

REGNA IAM OB CASUS – VINCI (P.1495)
traducibile come
REGNA ADESSO A CAUSA DEGLI EVENTI – VINCI (P.1495)

E ORBA ASCIS AGNUM – VINCI (P.1495)
traducibile come
(Tu, Moro) DALLA VEDOVA ACCOGLI L’AGNELLO (cadavere) – VINCI P.1495
soggetto sottinteso è il Moro, e la vedova è ovviamente Isabella d’Aragona con il feretro (essendo sempre il termine “orba” costantemente legato al suo nome e al suo personaggio)

ABIRE AGNUS AC MOS – VINCI (P.1495)
traducibile come
SVANIRE COME AGNELLO E COME TRADIZIONE (DINASTICA) – VINCI (P.1495)
poiché la morte di Gian Galeazzo è associata alla fine della possibilità di ricoprire la carica ducale per la sua linea dinastica, sovvertendo la tradizione

PUER MAGNI OB CASSA – VINCI (1495)*
traducibile come
IL FIGLIO DEL NOBILE (usurpato) A CAUSA DI COSE VANE – VINCI (1495)

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

Il riferimento è al “duchetto” Francesco, erede del padre Gian Galeazzo, molto amato dal popolo e usurpato per il potere.
Dopo il 1495 – data del cartiglio a cui si riferiscono i fatti qui emergenti, concernenti l’usurpazione – il Moro, per manipolare il pronipote come aveva fatto col padre, arrivò a sottrarlo alla potestà della madre nel 1497, allontanandola (“Volse l’andasse ad abitare in corte vecchia propinque al Domo”, Marin Sanuto, Diari, aprile 1497). Dopo accese rivendicazioni, la madre ottenne di vederlo una volta alla settimana (la vicenda di Isabella, madre privata del figlio dal Moro prima e dal re di Francia poi, fu segnata dalla sofferenza e finì tragicamente con la morte – non poco sospetta – del figlio in giovane età)
Il potere e il denaro sono valutate qui “cose vane”, prive di valore.

Gli Aragona
La scritta BAR evidenziata nel cartiglio

La scritta BAR evidenziata nel cartiglio

L’attenta analisi della scritta BAR del cartiglio rivela che la “A” e la “R” paiono fondersi insieme. La forma atipica della A congiunta a lato con la R – a comporre BAR, segno distintivo del Moro – richiama al contempo la dinastia di Isabella d’ARagona apparentata tramite matrimonio con gli Sforza e col Moro stesso.

Il Moro aveva ottenuto il Ducato di Bari nel 1479, dopo la morte del fratello Sforza Maria, per concessione di Ferdinando I d’Aragona.
Nel 1488 gli Aragona si erano congiunti agli Sforza tramite il matrimonio di Isabella col Duca Gian Galeazzo, e i due rami dinastici ovviamente si erano “mischiati”. Inoltre in quel periodo il Moro attua non solo una politica ostile alla casa di Isabella (nel 1494 coinvolge contro Napoli i Francesi chiamando Carlo VIII), ma stravolge la linea della discendenza propria della famiglia del giovane Duca, sopprimendolo ed avocando infine a sé il titolo di Duca di Milano e il potere.

Le frasi sugli Aragona

SUB ARAGONA MISCE – VINCI (P.1495)
traducibile come
AL TEMPO DEGLI ARAGONA CONGIUNGI IN MATRIMONIO – VINCI (P.1495)
il matrimonio di Gian Galeazzo con la cugina Isabella d’Aragona (come da atto rogato a Napoli nel 1472) fu deciso dal padre Galeazzo Maria e venne celebrato durante la reggenza del Moro per procura in Napoli nel dicembre 1488 e solennizzato in Milano nel febbraio 1489

oppure come

AL TEMPO DELL’ARAGONA METTI SOTTOSOPRA – VINCI (p.1475)
la persecuzione della coppia da parte del Moro iniziò pressoché all’arrivo di Isabella d’Aragona e si accentuò fino a rovesciare, attraverso la morte del nipote, la linea di successione dinastica legittima

BIS ES CUM ARAGONA – VINCI (P.1495)
traducibile come
(Tu, Moro) SEI IN DOPPIO MODO CON GLI ARAGONA – VINCI (P.1495)
la frase è riferita alle due frasi precedenti, poiché in effetti il Moro da un lato si imparentò con gli Aragona e poi ne rovesciò il diritto di successione nel Ducato

ICES SUB ARAGONAM – VINCI (P.1495)

PERCUOTERAI SOTTO L’ ARAGONA – VINCI (P.1495)

La persecuzione del Moro contro la vedova Isabella (per nulla disposta alla sottomissione) e il “duchetto legittimo” Francesco proseguì praticamente fino al 1499, anno della caduta degli Sforza. L’ostilità dello Sforza si estese alla famiglia aragonese, determinando proprio in quel biennio scelte politiche e militari volte a colpirla.

Il Mago Ambrogio da Rosate
Gian Galeazzo di lì a poco tempo dopo lunga malattia, compianto da tutti, in età di 25 anni finì di vivere colla comune credenza che un lento veleno datogli a iftanza di Lodovico da Ambrogio da Rosate fuo medico il conduceffe al sepolcroLudovico Muratori, Delle Antichità Estensi ed Italiane

Oltre al Muratori, numerosi storici erano convinti che Gian Galeazzo fosse stato avvelenato e tra questi il Malipiero, il Valla, Machiavelli e il Guicciardini. Perfino il Corio, storico ufficiale agli stipendi del Moro, lascia trapelare analogo convincimento.
Il  “lento veleno” di cui scrive il Muratori è l’arsenico, allora frequentemente usato a tal fine.
Partendo da tale spunto, ho ricavato un dettaglio insolito dall’analisi condotta sul quadro, instaurando il seguente raffronto comparativo.

 

Particolare del Ritratto di Luca Pacioli con un allievo: messa a fuoco del dettaglio posto sotto la manica sinistra dell’allievo (Galeazzo Sanseverino, indicato dalla vedova Isabella quale complice del Rosate) comparato con alcuni campioni di arsenico nativo e di arsenico con rame (nel centro). Osservando attentamente, si riscontra analogia tra la forma dipinta e quella naturale dell’arsenico nativo.

Particolare del Ritratto di Luca Pacioli con un allievo: messa a fuoco del dettaglio posto sotto la manica sinistra dell’allievo (Galeazzo Sanseverino, indicato dalla vedova Isabella quale complice del Rosate) comparato con alcuni campioni di arsenico nativo e di arsenico con rame (nel centro). Osservando attentamente, si riscontra analogia tra la forma dipinta e quella naturale dell’arsenico nativo.

Ambrogio da Rosate – l’astrologo, archiatra nonché “mago personale”, guaritore e veggente di fiducia del Moro – viene chiamato in causa da numerosi storici quale esecutore degli ordini dello zio Ludovico nell’avvelenamento con arsenico del nipote Gian Galeazzo.
Isabella d’Aragona sospettò di complicità col Rosate Galeazzo Sanseverino, e fino alla sua partenza per Napoli (nel gennaio del 1500) cercò di incolparli entrambi per l’avvelenamento del marito.

Le frasi su Ambrogio da Rosate

MAGUS NECAS A ORBI – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU (come) MAGO UCCIDI SU MANDATO DELLA CERCHIA (di corte) – VINCI (P.1495)
orbis (con ablativo sia orbi che orbe) significa anche “cerchia di persone” e in tal caso si riferisce a coloro che, nella cerchia cortigiana, furono complici e sicari del Moro

AC ABSUMAS E NIGRO – VINCI (P.1495)
traducibile come
E CHE TU UCCIDA DA PARTE DEL NEGRO – VINCI (P.1495)

Il “negro” compare come mandante.
Mentre il soprannome Morus, prescelto da Ludovico, rimanda al gelso moro, Maurus richiama la denominazione di “homo niger” che lo accompagnava fin dall’infanzia (dalle lettere della madre Bianca Visconti al padre Francesco Sforza emerge che da bambino era scuro di carnagione e non poco brutto). Nella miniatura del Birago inclusa nella Sforziade di Londra, che fu di sua proprietà, oltre alla sua bandiera e alle imprese personali (la scopetta e i fari coi marosi) compare la testa di un negro in alto e nella posizione centrale. Alcuni motivano la presenza di servi mori al seguito con la sua appartenenza all’ordine di san Maurizio.

AC ABSUMES A NIGRO – VINCI (P.1495)
traducibile come
E TU UCCIDERAI SU INCARICO DEL MALVAGIO – VINCI (P.1495)

Variante confermativa della frase precedente a cui è correlata (di cui il futuro statuisce il conseguente inverarsi, storicamente avvenuto).
Nigro, evidente richiamo al Moro, si può tradurre anche come “malvagio, perfido…”

MAGUS AB ARSENICO – VINCI (P.1495)
traducibile come
IL MAGO (avvelena) DA ARSENICO – VINCI (P.1495)
il richiamo più o meno diretto all’arsenico fu fatto da molti storici illustri (Malpiero, Guicciardini, Valla, Machiavelli, Muratori, ecc.) ed era diceria cortigiana e popolare

MAGUS OB ARSENICA – VINCI (P.1495)
traducibile come
IL MAGO (avvelena) A CAUSA DEGLI ARSENICI – VINCI (P.1495)
variante confermativa della frase precedente

AC AMBROSIUS AGNE – VINCI (P.1495)
traducibile come
O AGNELLO ANCHE AMBROGIO (!) – VINCI (P.1495)

AC AMBROSIUS NEGA – VINCI (P.1495)
traducibile come
E TU AMBROGIO NEGA – VINCI (P.1495)
il riferimento è probabilmente alle accuse contro di lui lanciate a più riprese dalla vedova Isabella d’Aragona

AGNUS MACERAS. OBI – VINCI (P.1495)
traducibile come
AGNELLO TU CONSUMI. MUORI (!) – VINCI (P.1495)

ANGE CASU AMBROSI – VINCI (P.1495)
traducibile come
AFFLIGGI O AMBROGIO PER LA SVENTURA – VINCI (P.1495)

Galeazzo Sanseverino, l'allievo
Leonardo da Vinci?, particolare del “Ritratto di Fra’ Luca Pacioli”, 1495. Olio su tavola, cm. 99x120, proprietà dello Stato Italiano, Napoli, Museo di Capodimonte.

Leonardo da Vinci?, particolare del “Ritratto di Fra’ Luca Pacioli”, 1495. Olio su tavola, cm. 98x118, proprietà dello Stato Italiano, Napoli, Museo di Capodimonte.

Lo chiamavano “il figlio della fortuna”

– Julia Cartwright, Beatrice d’Este Duchess of Milan, 1475-1497

Si presenta in scena come un divo: “Vien vestito alla Todesca con cavali 80 e 30 zenthilomeni di primi de Milano con 4 cavali per uno, che sarà cavali 200…”

– Sanuto in Rawdon Lubbock Brown, Ragguagli sulla vita e sulle opere di Marin Sanuto detto il Juniore veneto

Galeaso Sanseverino con trecento cavagli magnificamente instructi con grande onore dal re fu ricevuto…Bernardino Corio, Storia di Milano

L’allievo misterioso Galeazzo Sanseverino compare nella maggior parte delle frasi identificato con le sue iniziali G.S. e  anche con MAS (maschio), data la sua virilità e l’attività militare.
Le frasi a lui riferite riportano richiami storici e biografici precisi e documentati. Le iniziali G.S., data la frequenza del loro ricorrere e il contesto univoco, sostituiscono il nome per esteso (pertanto nelle traduzioni non ho per lo più ritenuto di precisare il nome per esteso se non sporadicamente).
Galeazzo era comandante dell’armata ducale, braccio destro del Moro e suo genero (quale genero compare negli atti ufficiali ancor prima del 1495).
Nel 1495 era promesso sposo di Bianca Giovanna Sforza (le nozze erano programmate per il 20 giugno 1496, dopo il contratto matrimoniale stipulato nel 1489 e gli sponsali celebrati nel 1490).
Bianca, che – attraverso una documentata tesi multidisciplinare e scientificamente verificabile, pubblicata in due versioni (Savona, 2011 e 2012) – ho identificato nella Gioconda, dipinta contro lo sfondo di Bobbio, compare nel campione di settantasei frasi  prodotto nella seconda parte a seguire (numerose frasi indicano la commissione del ritratto di nozze al Pittore autore del cartiglio da parte del futuro sposo Galeazzo Sanseverino).

L’insieme delle frasi riferite a Galeazzo si articola in tre sottoinsiemi, che  si ramificano in tre percorsi narrativi:

Le frasi sulla prima Istoria di Sanseverino

La mano guantata di verde: il colore verde e l’arsenico

Il primo gruppo è relativo alla complicità del Sanseverino con Ambrogio da Rosate nell’avvelenamento di Gian Galeazzo denunciata dalla vedova Isabella: al centro è il dettaglio della mano sinistra guantata vistosamente di verde e parzialmente nascosta dietro le spalle di Luca Pacioli nel “Doppio ritratto”.
Questo primo gruppo implica stretta aderenza a quanto è stato raffigurato nel quadro e in particolare al personaggio dell’“allievo”, al suo atteggiarsi e alla sua posizione rispetto al frate matematico oltre che alle testimonianze storiche citate.
L’approccio analitico da me praticato, particolarmente attento ai dettagli (ved. Daniel Arasse ed Aby Warburg), considera interessante l’uso del colore tendente al verde del guanto della mano nascosta, essendo l’arsenico verde detto “di Parigi” utilizzato quale colorante per tingere appunto nel colore verde tappezzerie e in generale manufatti*.
Anche se l’insolita “citazione verde” non trovasse conferme chimiche, resta tuttavia la valenza simbolica del colore, tradizionalmente associato al “serpente”.

* Riguardo al guanto verde, non mi pronuncio sull’uso in pittura dei pigmenti verdi con componenti d’arsenico, poiché credo che tale uso dati da periodo successivo al Rinascimento, in cui per il verde suppongo si usassero resinato di rame e terra verde, ma dovevano essere pure conosciuti verdigris, verde di montagna, verde di malachite e crisocolla. Il verde di Scheele – composizione di arsenito di rame – fu inventato alla fine del 1700 e il verde veronese – pure esso composto dall’arsenico – all’inizio del 1800, e quindi ignoro al momento pigmenti “all’arsenico” in uso all’epoca (mi riservo verifica mirata, il cui esito tuttavia non è rilevante, in quanto in generale la proprietà colorante “verde” di tale tipo di “arsenico” poteva essere comunque nota al Pittore e poteva valere quale “citazione del veleno” indipendentemente dal suo utilizzo in pittura o meno).

Particolare del Ritratto di Luca Pacioli con un allievo: messa a fuoco del dettaglio posto sotto la manica sinistra dell’allievo (Galeazzo Sanseverino, indicato dalla vedova Isabella quale complice del Rosate) comparato con alcuni campioni di arsenico nativo e di arsenico con rame (nel centro). Osservando attentamente, si riscontra analogia tra la forma dipinta e quella naturale dell’arsenico nativo.

Particolare del Ritratto di Luca Pacioli con un allievo: messa a fuoco del dettaglio posto sotto la manica sinistra dell’allievo (Galeazzo Sanseverino, indicato dalla vedova Isabella quale complice del Rosate) comparato con alcuni campioni di arsenico nativo e di arsenico con rame (nel centro). Osservando attentamente, si riscontra analogia tra la forma dipinta e quella naturale dell’arsenico nativo.

REUS AGIS AB MANCO – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU, REO, AGISCI DALL’ARTO MONCO (mano) – VINCI (P.1495)
si riferisce alla parte nascosta della mano sinistra dietro la schiena del frate

G.S. ABIURES A MANCO  – VINCI (P.1495)
traducibile come
Galeazzo Sanseverino CHE TU ABIURI DALL’ARTO (lato) MONCO – VINCI (P.1495)

G.S. ABIURAS E MANCO– VINCI (P.1495)
traducibile come
Galeazzo Sanseverino CONTRAVVIENI AI TUOI PRINCIPI DAL (lato) MONCO – VINCI (P.1495)

La frase vale a conferma della precedente, precisando inoltre che “mancus” significa pure “imperfetto”, “incompiuto” e anche in tal senso può applicarsi alla mano appunto manchevole della parte nascosta così come può applicarsi alla sfera morale.

SICA A ORBE MANU G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
L’ASSASSINIO DALLA CERCHIA ATTRAVERSO LA MANO, O Galeazzo Sanseverino – VINCI (P.1495)
l’uso traslato di sica/pugnale per “assassinio” è comune (ad esempio in Cicerone)

ACUMINAS AB REO G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
(Tu, mano occultata) ACUISCI (ciò che viene) DAL REO Galeazzo Sanseverino – VINCI (P.1495)
in effetti il dettaglio della mano guantata di verde colpisce acutamente l’occhio e l’attenzione e, alla luce della vicenda di Gian Galeazzo, testimoniata dagli storici dell’epoca, suscita una sensazione inquietante

G.S. OMEN A “BAR” ACUIS – VINCI (P.1495)
traducibile come
Galeazzo Sanseverino ACUISCI IL CATTIVO PRESAGIO DAL (duca di) BARI – VINCI (P.1495)
il presagio può essere inteso sia come la mosca del cartiglio che come la mano dello stesso Galeazzo Sanseverino occultata e sospetta: entrambi sono connessi coi fatti occorsi nella realtà, che assumono valore centrale per l’interpretazione del cartiglio e che designano il Moro quale attore principale (morte per avvelenamento del giovane duca)

AC OMINA A REBUS G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
E D’ALTRONDE I PRESAGI DAI FATTI, O Galeazzo Sanseverino – VINCI (P.1495)
i presagi (mosca e/o mano in “verde serpentino” seminascosta) sono gli inquietanti segni di fatti occorsi e occultati e ne portano cripticamente il retaggio per chi osservi (colpendo l’osservatore a livello inconscio, subliminale).

Le frasi sulla seconda Istoria di Sanseverino
A me pare che epso messer Galeazzo sia Duca de Milano perché el po ciò ch’el vole et ha quello che sa dimandare ed desiderareASFI, Lettera di Pietro Alemanni a Lorenzo de’ Medici, Pavia, 18 Settembre 1492

 Sanseverino alter ego del Moro

ll secondo gruppo verte sul rapporto di complicità con il mandante dell’avvelenamento ovvero il Moro suo “socio” e suocero.
E’ in evidenza la posizione dell’”alter ego” del Moro (qui puntualmente definito “socius” e “socrus”) e il legame di interesse che lo univa al Duca, il quale a sua volta lo aveva posto al comando dell’armata ducale  e lo aveva scelto come genero, riservandogli la strategica area estesa da Castelnuovo Scrivia a tutta la Val Trebbia (per cui era chiamato Comes Trebiae), congiuntamente a Voghera, feudo di Bianca.
La vicinanza al Duca, la posizione di genero e quella di capo dell’armata si univano a una spiccata predisposizione – storicamente attestata – all’intrigo di corte. Per lui il Moro non aveva segreti ( per il Sanseverino “nullum secretum latet”, Nunzio pontificio Gherardi, 1490).

Tuti e due (Galeazzo e il Moro) ad una liverea (ricamata) de perle et da rubiniti et diamantiniGiacomo Trotti 19 luglio 1488, in Malaguzzi Valeri, La Corte di Ludovico il Moro

SOCIUS AB MAGNA RE – VINCI (P.1495)
traducibile come
SOCIO TRAMITE UN GRANDE AFFARE DI STATO – VINCI (P.1495)

Socio in quanto “alter ego” del Moro, suo massimo favorito, suo genero, a cui lo legava un rapporto privilegiato e quasi simbiotico oltre che di interesse, non esente da aspetti di complicità (come comprovano documenti inerenti sia la vita privata, in cui si prestò a coprire i tradimenti del Moro, che quella più controversa in campo militare, in cui tuttavia fu pure sospettato di doppio gioco).
Il Moro, dandogli in moglie la sua primogenita Bianca, mirava ad assicurarsi la fedeltà e i servizi del suo comandante d’armata, al quale lo legavano peraltro lontani vincoli parentali, poiché il padre di Galeazzo, Roberto Sanseverino, era figlio di Elisa Sforza, sorella di Francesco Sforza.
Galeazzo, dopo gli sponsali con Bianca nel 1489, accanto al proprio nome poteva fregiarsi del titolo Visconti.

MAS CONIUGAS AB RE – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU MASCHIO SPOSI (Bianca) IN BASE AL PATRIMONIO – VINCI (P.1495)
oppure come
TU MASCHIO SPOSI (Bianca) IN BASE ALL’AFFARE DI STATO – VINCI (P.1495)
entrambe le frasi sono strettamente connesse alla vicenda storico-biografica, in quanto il matrimonio da un lato stimolava l’ambizione del Sanseverino e dall’altro era fortemente voluto e combinato dal Moro, che mirava a legare a sé il Sanseverino per ragioni militari e anche affettive, considerandolo come un figlio

AGENS IMA AB SOCRU – VINCI (P.1495)
traducibile come
COMMETTENDO BASSEZZE SU MANDATO DEL SUOCERO (Il Moro) – VINCI (P.1495)

Essendo appunto il Moro il suocero di Galeazzo Sanseverino (che fin dagli sponsali si firmava Visconti) e definito quale “genero” in vari atti ufficiali anche prima della “transductio ad maritum”. La complicità col suocero è attestata in varie situazioni, non solo per quanto concerne la vicenda di Gian Galeazzo.

AC MANUS AGIS ORBE – VINCI (P.1495)
traducibile come
E COSÍ MANO AGISCI CON IL FAVORE DELLA CERCHIA (di corte) – VINCI (P.1495)
la frase si riconnette coerentemente al primo percorso narrativo, incentrato sulla mano guantata di verde

Le frasi sulla terza Istoria di Sanseverino

Giostratore e comandante ducale

Particolare del ritratto di Luca Pacioli con l'Allievo: l'ingrandimento può richiamare la forma di una lancia, arma che simboleggia la figura di Galeazzo Sanseverino.

Particolare del ritratto di Luca Pacioli con l’Allievo: l’ingrandimento può richiamare la forma di una lancia, arma che simboleggia la figura di Galeazzo Sanseverino.

Ben par natura in te sue forze mostri, Par un arbor di nave a chi la vede Qell’asta, e penso ben che amor te guidi.

Bellincioni ne esalta così la potenza virile nelle giostre

Il terzo gruppo riconduce alla sua lancia di “grande giostratore” e alla sua attività di comandante militare, menzionando la Rocca Nuova di Vigevano ove fervevano i lavori di fortificazione. (nel luglio 1495 si rafforzano le mura e il suo palazzo verrà trasformato in fortezza in circa un biennio). La Rocca Nuova chiudeva a nord-est la cortina difensiva costituita dal Castello.
La denominazione “Rocha Nova” è in uso in Vigevano. Il termine “Roca” potrebbe valere anche per “Rocha Vegia”, laddove le frasi richiamano truppe e militari. Nel 1499 l’ambasciatore napoletano in visita a Vigevano ammira l’avvenuta trasformazione in fortezza del palazzo del Sanseverino e il sistema difensivo della “Rocha Nova”, citando “la strata coperta che va ala rocha vegia per andare alla campagna”. La parola “rocha” in Vigevano quindi è associata sia alla “Rocha Nova” che alla “Rocha Vegia”.  L’uso di “roca” per designare “fortezza” è attestato in Muratori, Dissertazioni sulle Antichità Italiane (Dissert.ne n.33 e Dissert.ne n.1 riportante citazione di frase latina con  “roca” ).
La soppressione della “h” muta da “Rocha” in uso localmente in Vigevano  e l’accoglimento di “Roca” consegue a quanto attestato dal Muratori per un verso e per altro verso al fatto che (stante il drastico vincolo imposto dal repertorio alfabetico) nella ricerca si è adottato omogeneamente il criterio di tralasciare la “h” muta, considerando che la sua omissione non comporta variazioni né fonetiche né del significato: la parola resta riconoscibile in sé e nel contesto ( tale criterio ha trovato applicazione limitata alle due parole implicate in toto, tra cui appunto “roca”)
Nelle frasi ricorrono verbi e sostantivi usati in ambito militare (“muniebas”, “curabas”, “subis” e “signo”, “moenia”, “agmen”…)

A dì 26 di genaro 1491 essendo io in casa di messer Galeazzo Sanseverino a ‘rdinare la festa della sua giostra…Leonardo, Manoscritto C, foglio 10 recto

ABRASO ACUMINE G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
G.S.(Galeazzo Sanseverino) CON LA PUNTA DI LANCIA TAGLIATA – VINCI (P.1495)
lo sbuffo della camicia sul petto dell’allievo ha la forma fusiforme della lancia,  sua arma distintiva (in quanto grande giostratore e capitano di una prestigiosa compagnia di lancieri): la frase forse è ironica e comunque rispecchia l’andamento negativo delle sue campagne militari in quel turbolento 1495

MAS ACUE “BAR” SIGNO – VINCI (P.1495)
traducibile come
O MASCHIO INFIAMMA (il duca di Bari) “BAR” TRAMITE L’INSEGNA MILITARE – VINCI (P.1495)

La frase è riferibile ai tornei del Sanseverino o a qualche sua impresa militare.  Il marchio “BAR” identificativo del Moro, così come compare nelle imprese e nelle opere d’arte o pubbliche, non viene declinato analogamente alle ricorrenti iniziali G.S.

G.S. MUNIEBAS A “ROCA”  – VINCI (P.1495)
traducibile come
G.S. (Galeazzo Sanseverino) FORTIFICAVI DALLA “ROCCA” (la Rocca Nuova) – VINCI (P.1495)

Nel luglio 1495 iniziarono i lavori di fortificazione con la riparazione delle mura e proseguirono con la trasformazione del palazzo del Sanseverino detto La Rocca Nuova in fortezza. I lavori erano volti a rafforzare e ampliare le mura di Vigevano per potenziare il sistema difensivo, ed erano seguiti dal Sanseverino in qualità di proprietario e ingegnere militare.
ROCHA (qui “Roca”, sopprimendo la “h” muta, non rilevante per la comprensione e per la fonetica) era in uso in Vigevano e compare nei documenti. Il Muratori nelle “Dissertazioni sopra la Antichità italiane” avalla l’uso della parola italiana “roca” per fortezza.

G.S. CURABAS MOENIA – VINCI (P.1495)
traducibile come
G.S. (Galeazzo Sanseverino) CURAVI (per la difesa) LE MURA – VINCI (P.1495)

MAS IUNGES AB “ROCA” – VINCI (P.1495)
traducibile come
MASCHIO RACCOGLIERAI (le truppe) DALLA “ROCCA” – VINCI (P.1495)
questa frase, al pari della seguente riferita alle truppe, potrebbe anche indicare la “Rocca Vecchia”

AGMEN SUBIS A “ROCA” – VINCI (P.1495)
traducibile come
O SCHIERA DI SOLDATI MARCI DALLA ROCCA – VINCI (P.1495)
analogamente alla frase precedente

G.S. MAS E NUBI A “ROCA”  – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU, MASCHIO G.S (Galeazzo Sanseverino) (provieni) DALLA MOLTITUDINE DALLA “ROCCA” – VINCI (P.1495)
infatti in fortezza si raccoglievano le sue truppe e in particolare alla Rocca Nuova erano in corso i lavori, che nel 1495 interessavano soprattutto la fortificazione delle mura

ASSUM PINGO AB ARCE – VINCI (1495)*
traducibile come
SONO PRESENTE DIPINGO DALLA FORTEZZA (la Rocca Nuova) – VINCI (1495)
frase del Pittore, localizzando lo sfondo del dipinto nella Rocca Nuova del Sanseverino

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

I luoghi di Vigevano citati storicamente documentati e la presenza in loco del Moro e di Leonardo

 Vigevano e Leonardo tra il 1494 e il 1495

Leonardo conosceva bene “Vigievine”, ove aveva collaborato ad importanti progetti urbanistici e architettonici (voluti dal Moro per farne “la città ideale”) ed all'attivazione delle coltivazioni ed allevamenti sperimentali della Sforzesca (1486 e segg.).
Giusto alla Sforzesca egli segnala la sua presenza in loco nel 1494: al foglio 65v. del manoscritto H annota “A dì 2 di febbraro 1494 alla Sforzesca ritrassi scalini 25 di 2/3 di braccio l’uno larghi braccia 8” (Mulino della Scala,ove tutt’oggi esistono i 25 gradini di granito), mentre al foglio 38r. annota “vigne di Vigievine a dì 20 marzo 1494 a la vernata si sotterano”, con uno schizzo che riproduce la disposizione delle viti. Altre tracce da lui lasciate sono citate riguardo alla “Roggia Mora”.

La Rocha nuova: la Roca
La Rocca Nuova, Vigevano. Parte superiore, 1646, collezione privata - Parte inferiore, 1676-1674.

La Rocca Nuova, Vigevano. Parte superiore, 1646, collezione privata – Parte inferiore, 1676-1674.

L’uso locale scritto di Rocha Nova è documentato in Vigevano e come Roca, (senza la “H” muta, qui ovunque tralasciata come da Avvertenza), compare nelle frasi, identificando la “fortezza/palazzo” del Sanseverino detta Rocha Nova.
Il Muratori, nelle “Dissertazioni sopra le Antichità Italiane XXXIII, Catalogo,Lettere N-R” dà “Rocca” equivalente ad Arx/fortezza, facendola derivare da “rupes”, perché “costume fu di fabbricar le fortezze né luoghi alti e scoscesi”.
Egli ipotizza che l’italiana “rocca” discenda dalla stessa lingua Latina. Citando due brani di Nonio Marcello e Catone sostiene che “I Latini chiamarono Verrucam un luogo alto, dove costumarono di Fabbricar fortezze”, concludendo “che di verruca si fosse formato verroca, e poi lasciato il ver, ne fosse uscito roca e rocca”.
Inoltre riporta citazione di frase latina con “roca” nella Dissertazione n.1.

La Mora

Come la Sforzesca di Vigevano era legata al nome degli Sforza, così la Mora – azienda agricola di ventimila pertiche creata a Villanova presso Cassolnovo, vicino a Vigevano – discende dal nome del Moro. Essa era irrigata dalla Roggia Mora ed era coltivata a miglio, lino e riso.
Alcune decifrazioni relative alla Mora (qui tralasciate) compaiono nel libro Abaco Vinciano.

La Roggia Mora: la Rogia
Il Mulino di Mora Bassa in Vigevano. Nel 1494 fu donato a Beatrice d’este da suo marito Ludovico il Moro.

Il Mulino di Mora Bassa in Vigevano. Nel 1494 fu donato a Beatrice d’este da suo marito Ludovico il Moro.

Il Moro, per irrigare la Villa Sforzesca, realizzò la grande opera idraulica detta “La Roggia Mora”, che dal duca stesso prese il nome. Leonardo partecipò a varie fasi del  progetto ed è documentata la sua presenza in loco. Il canale, derivato dal Sesia e che arriva alla Sforzesca da Novara, fu realizzato tra il 1488 e il 1496.
Si ritiene che Leonardo sia intervenuto nella progettazione e nei lavori del mulino. Nel 1494 il Moro lo donò a Beatrice d’Este.
È sito in Vigevano (Strada Mora Bassa 38) ed è sede museale ove tra l’altro sono esposte realizzazioni delle “Macchine di Leonardo” (a cura degli artigiani Gabriele Niccolai e Dario Noè).

ROGGIA È CANALE PER IRRIGAZIONE DI CAMPI E COLTIVAZIONI
Nelle “Dissertazioni sopra le Antichità Italiane XXXIII, Dell’origine o sia dell’Etimologia delle voci Italiane”, il Muratori scrive: “Usata è presso i Milanesi e popoli confinanti la voce rogia o roggia, per denotare un canale di acqua con cui s’irrigano i campi. Può venire dal Latino rigare. Nelle carte del Monistero di Casauria si truova rigus in vece di rivus e in una dell’anno 873 rogium de fluvio Piscaria. Potrebbe anche tirarsi dal greco rhoa che significa lo stesso”.

Leonardo in vari fogli nomina la città di “VIGIEVINE” e parla pure dei mulini (“Mulina a Vigievine”) e dei canali che li alimentano.
Nel Codice Atlantico Leonardo disegna questi mulini e propone soluzioni per sfruttare al meglio la forza motrice dell’acqua. I principali corsi d’acqua della Sforzesca erano costituiti dalla Roggia Vecchia, dal naviglio di Vigevano (o Sforzesco) e dalla Roggia Mora.
Le frasi decifrate con la parola “Rogia” fanno riferimento alla Roggia Mora, ove erano i mulini di Mora Alta e Mora Bassa.
Nelle frasi tutto riconduce all’acqua e a un corso d’acqua. Ad esempio il verbo submanes (variante di summanes) si riferisce a un corso d’acqua e al suo livello, che Leonardo teneva sotto controllo: qui può intendersi nel primo caso “sotto il livello di guardia” e nel secondo riferirsi alle “scale d’acqua” da lui disegnate. I verbi nas e muces significano rispettivamente “nuoti” e “galleggi”,  e “sei ammuffito”.
Riges è in una frase concernente l’irrigazione del pascolo.
Enas è traducibile come “uscire nuotando” o “salvarsi a nuoto” e, nel linguaggio poetico, come “traversare lo specchio d’acqua”, concorrendo all’identificazione del canale e delle sue acque: “esci nuotando” e “ti salvi a nuoto” probabilmente è riferito a qualche animale.

CUM ABSENS A “ROGIA” – VINCI (P.1495)
traducibile come
QUANDO ERO ASSENTE DALLA “ROGGIA (Mora)” – VINCI (P.1495)
la frase potrebbe riferirsi al Pittore. La sua presenza ai lavori infatti si protrasse nel tempo ma non fu costante.

AC “ROGIA” SUBMANES – VINCI (P.1495)
traducibile come
DUNQUE “ROGGIA (Mora)” SCORRI DI SOTTO (o anche  COLA o BAGNA DI SOTTO) – VINCI (P.1495)

Uno dei problemi fondamentali di Leonardo era quello di controllare e direzionare il flusso delle acque e in tale ottica la frase è calzante ed il verbo (submanes variante di summanes) – inequivocabilmente connesso all’acqua – è riferito appunto alla Roggia Mora che fu oggetto di studi e opere idrauliche da parte di Leonardo.

NAS MUCES AB “ROGIA” – VINCI (P.1495)
traducibile come
GALLEGGI E SEI AMMUFFITO DALLA “ROGGIA (Mora)” – VINCI (P.1495)
il riferimento è quasi certamente a qualche relitto marcescente che galleggia sul canale

CUM ENAS ABS “ROGIA” – VINCI (P.1495)
traducibile
QUANDO ESCI NUOTANDO  DALLA  “ROGGIA (Mora)” – VINCI (P.1495)
o anche
ALLORCHÈ TI SALVI A NUOTO DALLA “ROGGIA (Mora)– VINCI (P.1495)
il riferimento è probabilmente a qualche animale

BONA RIGES PASCUAM – VINCI (1495)*
traducibile come
CHE TU (Roggia Mora) ABBONDANTE IRRIGHI IL PASCOLO – VINCI (1495)

Auspicio che le acque abbondanti rendano fertile la terra. Per inciso, Bona Dea nell’antichità in Roma era la Madre terra e protettrice della fertilità e prosperità.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

ROGIA PASCAS NUBEM – VINCI (1495)*
traducibile come
CHE TU ROGGIA (Mora) POSSA ALIMENTARE LA MOLTITUDINE – VINCI (1495)

La Roggia Mora e il sistema dei canali progettato in parte da Leonardo era importante per la prosperità della popolazione locale.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

AC MANES SUB “ROGIA” – VINCI (P.1495)
traducibile come
E RIMANI AI PIEDI DELLA “ROGGIA (Mora)” – VINCI (P.1495)

La frase parrebbe fare pendant con quella iniziale, riferita al pittore: qui vi è presenza mentre nell’altra si parlava di assenza. Tuttavia, al pari della precedente posta in apertura, potrebbe riferirsi a un soggetto anonimo.

Gian Galeazzo, Duca legittimo usurpato
Particolare della Miniatura di Giovanni Pietro Birago, Biblioteca Nazionale di 
Francia, Parigi ( "La Sforziade" di Giovanni Simonetta, trad.ne Cristoforo 
Landino impressa in Milano da Antonio Zarotto, 1490).L’albero moro (lo zio Ludovico) e l’alberetto (il duca Gian Galeazzo) sono affiancati rispettivamente dal primogenito Ercole massimiliano (1493) e dal primogenito legittimo erede Francesco (1491).

Particolare della Miniatura di Giovanni Pietro Birago, Biblioteca Nazionale di 
Francia, Parigi ( "La Sforziade" di Giovanni Simonetta, trad.ne Cristoforo 
Landino impressa in Milano da Antonio Zarotto, 1490).
L’albero moro (lo zio Ludovico) e l’alberetto (il duca Gian Galeazzo) sono affiancati rispettivamente da due figurine più piccole in basso ai lati: il primogenito Ercole Massimiliano (1493) e il primogenito legittimo erede Francesco (1491).

Questo capitolo si accentra ancora in gran parte sul duca Gian Galeazzo e in particolare sulla sua morte occorsa nell’ ottobre 1494, seguita dall’usurpazione del Ducato da parte del Moro (come da esauriente decifrazione delle frasi riportate nei capitoli precedenti);  sulla sua memoria pare aleggiare, accanto a un senso di pena, anche una sottesa rivendicazione di giustizia.

Dei 2 gruppi di frasi che seguono:

  • quelle del primo sottolineano la legittimità del titolo ducale di Gian Galeazzo e della sua discendenza, e denunciano l’usurpazione commessa da suo zio Ludovico il Moro.
  • in quelle del secondo vediamo comparire il Buratto, l'Impresa Sforzesca raffigurante un setaccio (rappresentato con un tessuto bucherellato per lo più tenuto ai due capi da due mani). Questo elemento ricorre nelle raffigurazioni del figlio del duca Galeazzo Maria – il padre assassinato creatore di quell’impresa – a simbolizzare il destino dell’erede. Gian Galeazzo aveva l’arduo compito di riscattare il retaggio di colpe gravante sulla sua famiglia e al tempo stesso far fronte alle insidie del suo tutore. Il fragile carattere di Gian Galeazzo contrastava con un compito che esigeva forza congiunta al rigore di imporre la giustizia, ma il “ritratto psicologico” che emerge dall’insieme delle decifrazioni ne sottolinea innata purezza ed estraneità alle bassezze che lo circondavano (imputate dagli storici al Moro e ai suoi scagnozzi, come si evince anche dagli atti d’archivio giacenti presso l’Archivio Storico di Milano)
    Le frasi decifrate richiamano l’idea di vaglio, discernimento, purificazione e giustizia a cui il “buratto” o setaccio  si lega strettamente, mentre all’opposto il destino del giovane duca ucciso è segnato dalla ingiustizia e dal tradimento a cui deve soccombere. I verbi delle frasi sul Burattopurgas, cernas, puras, purgabas, separas – attengono tutti alla funzione del setaccio.
    Sul Buratto è riportato il motto “Tal a ti qual a mi” a significare, accanto alla purificazione dalle scorie operata dal “buratto”, l’equità per cui alla colpa commessa contro la vittima – “bersaglio” dell’ingiustizia – deve corrispondere una contropartita che ristabilisca l’equilibrio infranto. Tale Impresa è infatti connessa all'idea di discernimento, giustizia ed equità.
    Gian Galeazzo compare in posizione centrale sul famoso Cassone dei tre Duchi del Castello Sforzesco di Milano con il Buratto raffigurato sulla gualdrappa del cavallo, vicino al padre (Galeazzo Maria) che precede il trio ed esibisce la sua bandiera e l'Impresa da lui prediletta dei “tizzoni”, retaggio distintivo dei Visconti. Segue, per ultimo, lo zio Ludovico, Dux Bari, con la sua bandiera e l'Impresa personale della “scopetta” (mutuata dal padre Francesco Sforza).
    Accanto al Buratto – che lo individua – Gian Galeazzo, come se accogliesse su di sé tutta la tradizione Sforzesca-Viscontea, esibisce sui paramenti del cavallo pure l'Impresa dei “tizzoni” (la cui origine risale a Galeazzo II Visconti, 1375-79) e quella “della mano e del tronco con l'ascia” (creata da Muzio Attendolo, padre di Francesco Sforza e capostipite del ramo famigliare Sforzesco).
Le frasi su Gian Galeazzo, Duca legittimo usurpato
Cassone dei tre duchi, Castello Sforzesco, Milano (1479-1494). Da sinistra troviamo Ludovico il Moro (Dux Bari), Gian Galeazzo e Galeazzo Maria (padre di Gian Galeazzo).

Cassone dei tre duchi, Castello Sforzesco, Milano (1479-1494). Da sinistra troviamo Ludovico il Moro (Dux Bari), Gian Galeazzo e Galeazzo Maria (padre di Gian Galeazzo).

ASCI GENUS AB  RAMO – VINCI (P.1495)
traducibile come
RICEVI IL LIGNAGGIO (ducale) DALL’ALBERO GENEALOGICO – VINCI (P.1495)
la frase sancisce il diritto di Gian Galeazzo al titolo di Duca per la sua discendenza famigliare

GENS AC IUS  AB RAMO – VINCI (P.1495)
traducibile come
IL CASATO  E IL DIRITTO (ducale) DALL’ALBERO GENEALOGICO – VINCI (P.1495)
a conferma della frase precedente

AC IS GENUS AB RAMO – VINCI (P.1495)
traducibile come
E QUINDI EGLI, cioè Galeazzo (ottiene), LA DISCENDENZA dinastica DALL’ALBERO GENEALOGICO – VINCI (P.1495)
in quanto Gian Galeazzo Sforza (soggetto di questa sezione) era il Duca legittimo e la sua discendenza doveva ereditare il titolo

oppure traducibile, come da medesima documentazione storica,

E QUINDI EGLI, cioè Galeazzo, (perde) LA DISCENDENZA dinastica DALL’ALBERO GENEALOGICO – VINCI (P.1495)
in quanto la discendenza di Gian Galeazzo venne usurpata dallo zio Ludovico, cioè da soggetto appartenente alla stessa famiglia Sforza

AC NUBS AGIS E RAMO – VINCI (P.1495)
traducibile come
E ANCHE (tu) SVENTURA AGISCI DALL’ALBERO GENEALOGICO – VINCI (P.1495)
coerentemente questa frase ribadisce che il titolo ducale viene usurpato a Gian Galeazzo da un membro della stessa famiglia Sforza, lo zio Ludovico il Moro

SUB AGNO CAPIAS REM – VINCI (1495)*
traducibile come
(che tu Moro) AL TEMPO DELL’AGNELLO TI IMPADRONISCA DELLO STATO – VINCI (1495)
la frase mette inequivocabilmente a fuoco l’atto compiuto dal Moro nel 1495

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

Le frasi su Gian Galeazzo e il Buratto: Impresa e segno del destino
A sinistra, particolare della Gualdrappa con il buratto, Cassone dei tre duchi. A destra, particolari del Buratto rappresentati a fronte nella miniatura di G.P. Birago, Biblioteca Nazionale Nardowa, Varsavia (La Sforziade di G. Simonetta).

A sinistra, particolare della Gualdrappa con il buratto, Cassone dei tre duchi. A destra, particolari del Buratto rappresentati a fronte nella miniatura di G.P. Birago, Biblioteca Nazionale Narodowa, Varsavia (La Sforziade di G. Simonetta, traduzione di C. Landino, Zarotto, Milano 1490).

La miniatura della Sforziade di Varsavia, che lo studioso polacco Bogdan Horodyski nel 1954 dimostrò appartenere alla famiglia di Gian Galeazzo, quale opera dedicata alla memoria del giovane duca defunto nel 1494, che seguiva quella altrettanto tragica del di lui padre Galeazzo Maria morto assassinato, replica simmetricamente, a metà della fascia miniata destra e sinistra, l’impresa del “buratto”: a destra entro uno scudo sorretto dagli Argonauti assimilabile al “vello d’oro” (per via della pioggia dorata che distilla) e a destra candida, per l’opera di purificazione che evoca simbolicamente (emblematicamente assegnata all’”agnello” metafora di Cristo).

PURGAS IMA OB CANES – VINCI (1495)*
traducibile come
(tu, Buratto) PURIFICHI LE PARTI  BASSE A CAUSA DEI CAGNOTTI – VINCI (1495)

o anche come
(tu, BurattoPURIFICHI LE COSE INFIME A CAUSA DEI CAGNOTTI – VINCI (1495)

Il “cagnotto” viene definito come il servo o uomo stipendiato che un tempo i signori tenevano al proprio servizio per loro difesa o per commettere soprusi e prepotenze. Al riguardo, è famosa la frase di Cicerone “Clodii canes”, riferendosi ai seguaci violenti e protervi di Clodio, da cui era perseguitato.
Nel Rinascimento tale figura coincide pure con il cortigiano o favorito vile e senza dignità. Comunemente: scagnozzo, sgherro, ruffiano e simili. È palese il riferimento alla biografia del giovane duca spiato e tradito dai satelliti posti in Pavia dal Moro. Il verbo “purgas” rimanda puntualmente all’opera del “buratto” o setaccio.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

CERNAS IUS AB MAGO – VINCI (P.1495)
traducibile come
(che tu, Buratto) DISCERNA LA GIUSTIZIA DALL’INCANTATORE – VINCI (P.1495)
cernas rimanda a cribrum, ovvero “setaccio” (che è il soggetto). Mago ha qui il significato particolare di “incantatore” documentato in Cicerone, e rimanda alla figura del Moro.

alla luce di queste precisazioni, si può interpretare come
CHE TU (agnello) DISGIUNGA LA GIUSTIZIA DALL’INCANTATORE – VINCI

La frase, più improbabilmente (ma con significato coincidente), potrebbe riferirsi alla vittima sacrificale – l’“agnello” – assunta come soggetto ideale e incarnata in Gian Galeazzo stesso rappresentato dal Buratto. In tal caso vale quale auspicio rivolto a lui in memoria (una sorta di epitaffio), alla sua discendenza ereditaria e in generale alle vittime sacrificali sue pari.

PURAS OB ESCAM AGNIS – VINCI (1495)*
traducibile come
(tu, Buratto) PURIFICHI A CAUSA DELL’ESCA DESTINATA AGLI AGNELLI – VINCI (1495)

Puras richiama il Buratto che setaccia il sudiciume e l’impuro. Ritorna il richiamo all’esca, legata al cibo (avvelenato), all’idea di inganno e trappola La tragica vicenda di Gian Galeazzo assume valore di universale parabola dell’innocenza tradita nel plurale “agnelli”.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

PURA AB ESCIS MAGNO – VINCI (1495)*
traducibile come
(o, Buratto) PURIFICA DALLE ESCHE DESTINATE AL NOBILE – VINCI (1495)

Il defunto Gian Galeazzo, vittima dell’“esca avvelenata”, qui come altrove è denominato magnus. Il verbo “puro”, arcaico e usato in tragedia, si coniuga con la tragica vicenda del giovane duca.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

PURGABAS CANES IMO – VINCI ( 1495)*
traducibile come
TU (Buratto) EPURAVI I CAGNOTTI IN BASSO – VINCI (1495)

“Cagnotti”, come nella prima frase, designa i cortigiani, favoriti ruffiani, spie e sbirri che il Moro aveva infiltrato nel palazzo di Pavia per controllare la coppia ducale

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

SEPARAS CIBUM AGNO – VINCI (1495)*
traducibile come
TU (Buratto) SEPARI (purificandolo) IL CIBO (destinato) ALL’AGNELLO – VINCI (1495)
il Buratto è il setaccio inteso quale strumento concreto e come simbolo di giustizia a salvaguardia dell’agnello.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

PURAS AB IGNE COMAS – VINCI (1495)*
traducibile come
TU (Buratto) PURIFICHI DA FUOCO LE FRONDE – VINCI (1495)

Fronda oltre che l’insieme di rami e foglie richiama per un verso il superfluo e per altro verso il “tramare contro” (fare la fronda a qualcuno). Nelle due ultime frasi il valore simbolico dell’impresa del “buratto” sta per fonte di discernimento dell’inganno (esca) e, tramite il paragone col fuoco,  di purificazione totale

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

AGNOSCEBAS IMPURA – VINCI (1495)*
traducibile come
Tu (agnello) INTUIVI (o anche SAPEVI RICONOSCERE) LE COSE IMPURE – VINCI (1495)

L’ultima frase è in memoria di Gian Galeazzo, a sottolineare ancora il suo legame con l’“impresa” del buratto, simbolo di purificazione e giustizia. Tale frase si lega indirettamente a “IGNORABAS E MUSCA – VINCI P.1495” (Tu agnello ignoravi ciò che veniva dalla mosca), inclusa nella prima parte, nella “storia della mosca” con relativa nota, in quanto entrambe le frasi evidenziano l’inconsapevolezza dell’“immacolato agnello” Gian Galeazzo; in questo caso tuttavia è evidenziata la sua nobiltà d’animo, che lo rende capace di percepire a livello istintivo la bassezza e i raggiri, estranei alla sua natura.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

Isabella d'Aragona vedova e madre perseguitata
Isabella de Aragona Sforcia Ducissa Mediolani, unica ne la disgraciala firma di Isabella

Sotto sono riprodotte le immagini dei seguenti 3 quadri:

  1. in alto a destra: “Ritratto di una dama”, 1490 ca. Giovanni Ambrogio De Predis (già "Ritratto d'una Duchessa di Milano dal mezzo in su, di mano di Leonardo,, tavola (legno di pioppo), tempera e olio, 51x34 rettangolare, inv. 100 1971 000100). Ambito lombardo 1485-1500 ca.
  2. in basso a sinistra: “Portrait of an unknown woman”, XVII sec (indicative, dalla Collezione Salting), oil on canvas, Ashmolean Museum, Oxford, inv. no. WA 1945.63 (ex A713
  3. in alto a sinistra: “Ritratto di una dama” , 1499/1500 ca. Giovanni Ambrogio De Predis, National Gallery, Londra
Non esistono ritratti che consentano di identificare con certezza Isabella d’Aragona. Nella ricerca In Addenda (AGGIUNGERE LINK) identifico Isabella nella Dama con la reticella di perle dell’Ambrosiana (in alto a destra), dimostrando la somiglianza dei tratti somatici e dei gioielli degli Sforza con altre principesse di questa casata (Beatrice d'Este e Bianca Maria Sforza). La somiglianza dei tratti somatici con il Ritratto di una dama di Giovanni de Predis (in alto a sinistra), National Gallery, Londra, è evidente e presumibilmente ritrae Isabella 10 anni dopo (tra il 1499 e il 1500, prima della partenza per Napoli), allorché era vedova. Analogamente, nella ricerca, è addotta la somiglianza con il Portrait of an unknow woman di anonimo (in basso a sinistra), Ashmolean Museum, Oxford. Si riproduce lo stralcio del documento “Notai Arcivescovili, filza 138, atto 39” (ASMI), in cui compare la scritta Ritratto d’una duchessa di Milano dal mezzo in su di mano di Leonardo: con questa attribuzione il Cardinale Federico Borromeo donava il quadro alla Pinacoteca Ambrosiana nel 1618 (avendo acquistato il quadro tra il 1607 e il 1611. 

A tale prima documentata attribuzione, dopo lo spostamento attributivo del Morelli, si sono succeduti vari altri spostamenti (Lorenzo Costa, Francesco Francia fino all’attuale attribuzione al de Predis).

Non esistono ritratti che consentano di identificare con certezza Isabella d’Aragona. Nella ricerca In Addenda (vedi e-book nell'Addenda del sito) e nell'articolo pubblicato su www.foglidarte.it identifico Isabella nella Dama con la reticella di perle dell’Ambrosiana (in alto a destra), dimostrando la somiglianza dei tratti somatici e dei gioielli degli Sforza con altre principesse di questa casata (Beatrice d'Este e Bianca Maria Sforza). La somiglianza dei tratti somatici con il Ritratto di una dama di Ambrogio de Predis (in alto a sinistra), National Gallery, Londra, è evidente e presumibilmente ritrae Isabella 10 anni dopo (tra il 1499 e il 1500, prima della partenza per Napoli), allorché era vedova e consumata dalle afflizioni. Analogamente, nella ricerca, è addotta la somiglianza con il Portrait of an unknow woman di anonimo (in basso a sinistra), Ashmolean Museum, Oxford. Si riproduce lo stralcio del documento “Notai Arcivescovili, filza 138, atto 39” (ASMI), in cui compare la scritta Ritratto d’una duchessa di Milano dal mezzo in su di mano di Leonardo: con questa attribuzione il Cardinale Federico Borromeo donava il quadro alla Pinacoteca Ambrosiana nel 1618 (avendo acquistato il quadro tra il 1607 e il 1611. 

A tale prima documentata attribuzione, dopo lo spostamento attributivo del Morelli, si sono succeduti vari altri spostamenti (Lorenzo Costa, Francesco Francia fino all’attuale attribuzione al de Predis).

Notai Arcivescovili, filza 138, atto 39” (ASMI)

Notai Arcivescovili, filza 138, atto 39” (ASMI)

Isabella d'Aragona, qui chiamata anche Regina, tra il 1494/95 era vedova e in lutto: era inoltre incinta della secondogenita femmina che nascerà nel marzo 1495 e già madre di due bambini in tenera età (Bona aveva poco più di un anno e il duchetto Francesco circa quattro anni, essendo nato nel gennaio 1491). Sola e perseguitata dal Moro, vive un rapporto di forte conflittualità con Beatrice d’Este.
Le frasi relative a Isabella d'Aragona attestano i dati biografici e le personali vicende alla data del cartiglio.

Isabella vedova al funerale
Isabella sua mugliere, a Pavia, con li poveri figlioletti vestiti de lugubre vestimenti, come prigioniera se recluse entro una camera e gran tempo stette giacendo sopra la dura terra, che non vide aere. Doverebbe pensare ogni lectore l’acerbo caso de la sconsolata ducissa e se più duro il core havesse che diamante piangerebbe a considerare qual doglia dovea essere quella de la sciagurata et infelice mugliere in uno ponto vedere la morte dil giovenetto e bellissimo consorte, la perdita de tutto lo imperio suo e li figlioletti a canto orbati de ogni bene, il patre e fratello con la casa sua expulsi dal neapolitano reame e Ludovico Sforza con Beatrice, sua mugliere, nel modo dimostrato havergli occupato la signoriaBernardino Corio, Storia di Milano

CUM OSSA AB REGINA – VINCI (P.1495)
traducibile come
QUANDO I RESTI MORTALI (allontanati) DALLA REGINA – VINCI (P.1495)
la scena richiama il funerale di Gian Galeazzo, in cui, in un clima di desolazione, Isabella è separata al feretro

ISA AGNUS OB ACREM – VINCI (P.1495)
traducibile come
O ISA(!) L’AGNELLO (morto) A CAUSA DEL CRUDELE (Moro) – VINCI (P.1495)
oppure come
ISA (come) AGNELLO A CAUSA DEL CRUDELE (Moro) – VINCI (P.1495)

A REGINA OB MUSCAS – VINCI (P.1495)
traducibile come
(portato via) DALLA REGINA A CAUSA DELLE MOSCHE – VINCI (P.1495)
laddove le mosche coincidono con la cerchia cortigiana del Moro (rappresentato nella “mosca” del cartiglio).

CUBARE OSSA MAGNI – VINCI (P.1495)
traducibile come
(far) RIPOSARE LE OSSA DEL GRANDE (ovvero DEL  DUCA) – VINCI (P.1495)
Gian Galeazzo viene ripetutamente definito magnus nelle decifrazioni

MARCE ISA SUB AGNO – VINCI (P.1495)
traducibile come
AVVIZZISCI O ISA AI PIEDI DELL’AGNELLO – VINCI (P.1495)
l’esclamazione è rivolta a Isabella vedova, posta ai piedi del feretro

MARCES A NUBI SAGO – VINCI (P.1495)
traducibile come
 DAL VELO A LUTTO A GUISA DI SAIO TU LANGUISCI – VINCI (P.1495)

Sagum era originariamente il mantello usato da militari o schiavi, inoltre conserva significato penitenziale e ascetico (di uso francescano e proprio degli eremiti). Il paragone per un verso si attaglia alla combattiva Isabella in lutto, e per altro verso rispecchia la sua espropriazione e diminuzione di rango nonché il suo stato di donna sola. A ben vedere sia il ritratto di Anonimo di Oxford (ove è rappresentata come Santa Caterina) che quello della National Gallery di de Predis danno un’immagine ascetica e dimessa, quasi “mortificata” della nobile di profilo identificata in Isabella.

OS MARCE NUBI SAGA – VINCI (P.1495)
traducibile come
AVVIZZISCI O SEMBIANTE COL VELO A LUTTO (indossato) A MO’ DI SAIO – VINCI (P.1495)

Saga è derivato di sagum (e di uso più raro) e ne condivide il significato, come da frase precedente. Il velo a lutto così indossato diventa anche particolare emblematico del suo destino, a sottolineare la vicenda di Isabella donna combattiva e perseguitata dal Moro, come comprovano testimonianze e documenti.

AC ABSUMERIS AGNO – VINCI (P.1495)
traducibile come
E SEI ANNIENTATA (dal dolore) PER L’AGNELLO – VINCI (P.1495)

o anche come
E SARAI CONSUMATA (dal dolore) PER L’AGNELLO – VINCI (P.1495)
rispetto alla frase precedente, qui vi è la certezza che il dolore non si placherà e consumerà la giovane vedova a lungo

ISA ORBA CUM ANGES – VINCI (P.1495)
traducibile come
ISA (sarà) VEDOVA QUANDO (tu, Moro) TORMENTERAI – VINCI (P.1495)

ISA CARES OB AGNUM – VINCI (P.1495)
traducibile come
O ISABELLA, (tu) SENTI LA MANCANZA A CAUSA DELL’AGNELLO – VINCI (P.1495)
in conseguenza della sua morte.

SUMIS ACERBA AGNO – VINCI (P.1495)
traducibile come
(Tu, Isabella) ACCETTI LE AVVERSITÀ PER L’AGNELLO – VINCI (P.1495)

Oppure
(Tu, Isabella) ACCETTI I DOLORI PER L’AGNELLO – VINCI (P.1495)
Sumis ha significato di “accetti” in uso nella filosofia stoica. Tale uso è attestato in Cicerone. Pertinente si rivela nel contesto il riferimento allo stoicismo.

NAM OBRUIS AC AGES – VINCI (P.1495)
traducibile come
E DUNQUE SOTTERRI E ANDRAI (avanti a vivere)– VINCI (P.1495)
da intendersi come frase augurale per la vedova Isabella, che – dopo la sepoltura e il distacco – deve andare avanti da sola

Isabella vedova gravida e a capo della sua famiglia

Le decifrazioni attestano che Isabella d’Aragona era gravida quando rimase vedova e tale particolare, da me appreso tramite consultazione di testi storici in seguito alla decifrazione delle frasi, ha avuto conferma dal reperimento di carte d’archivio effettuato presso l’Archivio di Stato di Milano.
Nell’ottobre 1949, quando Gian Galeazzo morì, Isabella – oltre al primogenito Francesco – aveva già la figlia Bona (il cui nome è qui citato in una frase) ed era incinta da circa 4 mesi.
Il 1 marzo 1945, infatti, partorì una bambina.

La cartella n.1464 del fondo “Carteggio visconteo-sforzesco, potenze sovrane e altre voci” dell’Archivio di Stato di Milano conserva n° 4 documenti riguardanti la nascita e la morte della figlia postuma di Gian Galeazzo, nata nel 1495 dalla duchessa Isabella. Nelle missive in questione non viene scritto il suo nome…
In particolare, i primi due documenti, datati 2 marzo 1495, rivelano, in un’annotazione sotto il testo della missiva a mò di post scriptum, la nascita avvenuta il giorno precedente (quindi il 1°marzo), con queste parole:

  • documento n. 257 del 2 marzo (senza firma e senza destinatario): “la illustrissima duchessa Isabella partorì heri matina una fanciulla, el che comunicarete a quelle excellentissime signorie”
  • documento n. 258 del 2 marzo  (senza firma), inviato ad Antonio Visconti: “heri matina la illustrissima duchessa Isabella partorisce una puta, de che camunicareti etiam ala excellentia sua”
  • documento n. 259 del 6 marzo 1495, a firma di Antonio Visconti (lettera inviata a Ludovico Sforza in adempimento della precedente): “el parto facto novamente de la illustrissima duchessa Isabella”
  • documento n. 262 del 28 gennaio 1497 (da cui sievince la nascita avvenuta due anni prima), a firma di Bartolomeo Calco, che comunica a Gerolamo Visconti la morte avvenuta “questa nocte” della “ultima fiola dela illustrissima duchessa Isabella [….] et per essere putina quale non haveva anche compiuto dui anni et per avere la predicta duchessa devotione al monasterio de sancto Augustino, dovi habiamo nostra sorella, inante dì è stata portata a quello loco cum li termini debiti…”

A (!) OBIS CUM PRAEGNAS – VINCI  (1495)*
traducibile come
AHI (!) QUANDO (Isa è) GRAVIDA TU (agnello)  MUORI – VINCI (1495)

Quando Gian Galeazzo muore, Isabella è incinta del terzo figlio (la seconda femmina), che nascerà il 1° marzo 1495 (quindi nell’ottobre 1494, quando resta vedova,  è all’incirca al quarto mese di gravidanza). “Praegnas” è variante comunemente recepita dai dizionari in uso di “praegnans”.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

ISA GENAS OB CURAM – VINCI (P.1495)
traducibile come
che tu ISABELLA GENERI (porti a buon fine la gravidanza) PER AMORE – VINCI (P.1495)

Accolgo il termine GENAS, forma arcaica di gigno e di identico significato rispetto a “genero” (il quale ultimo evidentemente non può essere utilizzato, stante la disponibilità di una sola “e”). Esso ricorre in modo sistematico in varie frasi e il contesto delle decifrazioni e quello storico-biografico documentato ne avallano l’utilizzo.

ORBA ISA CUM GENAS – VINCI (P.1495)
traducibile come
ALLORCHÈ tu ISABELLA VEDOVA PARTORISCA – VINCI (P.1495)
Isabella è vedova quando partorisce, e la figlia (nata il 1° marzo 1495) è qui presentata sul punto di nascere

ISA GERAS CUM BONA – VINCI (P. 1495)
traducibile come
(che) TU ISA SOSTENGA LA PARTE (del padre) CON BONA – VINCI (P. 1495)

Il riferimento è alla figlia Bona, che alla morte di Gian Galeazzo aveva poco più di un anno. Geras è da riferirsi al gravame della conduzione quotidiana della vita da parte di Isabella (vedova con due figli a carico tra cui appunto la piccola Bona, e per giunta incinta).

ISA REGAS OB CUNAM – VINCI (P. 1495)
traducibile come
(che) TU ISA GESTISCA (la casa) A CAUSA DELLA CULLA – VINCI (P. 1495)

Isabella deve guidare da sola la famiglia con il peso della secondogenita (la seconda femmina) in fasce, nata a cinque mesi dalla morte del marito. “Regas” è riferito all’ambito della casa e non al ducato, poiché illegalmente la vedova è esclusa da parte del Moro dalla reggenza del Ducato per il duchetto Francesco.

AC MOS UBI PRAEGNAS – VINCI (1495)*
traducibile come
E (ci sia) LEGGE DOVE (è) DONNA GRAVIDA – VINCI (1495)
l’esclamazione è portatrice di un riferimento all’usurpazione della linea dinastica invece operato dal Moro, quando Isabella era incinta (praegnas, variante di praegnans), espropriando il “duchetto” Francesco

oppure traducibile come
E (ci sia) MORALITÀ DOVE (è)  DONNA GRAVIDA – VINCI (1495)
con riferimento al comportamento persecutorio sempre tenuto dal Moro nei confronti dell’Aragona, attestato da molti episodi

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

Beatrice d'Este: “l'altra Duchessa” nell'anno di transizione 1494/95
“Ritratto di Beatrice d’Este” (erroneamente catalogato come Ritratto di Barbara Pallavicino”), 1491(?), Alessandro Araldi, olio su tavola, 46,5x45, Galleria degli Uffizi, Firenze, inv. Pal. n. 371 e inv. 1890 n. 8383. Ripropone ritratto di Beatrice d’Este del tutto simile attribuito ad Ambrogio de Predis e conservato presso la “Christ Church Picture Gallery” di Oxford.

“Ritratto di Beatrice d’Este” (erroneamente catalogato come Ritratto di Barbara Pallavicino”), 1491(?), Alessandro Araldi, olio su tavola, 46,5x45, Galleria degli Uffizi, Firenze, inv. Pal. n. 371 e inv. 1890 n. 8383. Ripropone ritratto di Beatrice d’Este del tutto simile attribuito ad Ambrogio de Predis e conservato presso la “Christ Church Picture Gallery” di Oxford.

Beatrice d'Este moglie del Moro vestita a lutto

SIGNA “MORUS” AC “BEA”- VINCI (P. 1495)
traducibile come
I SIGILLI (i nomi) “MORO”E “BEA” (cioè BEATRICE) – VINCI (P. 1495)
la frase consente di identificare accanto al Moro Beatrice d’Este col nome contratto BEA (stante il vincolo del repertorio alfabetico originario dell’iscrizione sul cartiglio)

CUM OSSA BEA NIGRA – VINCI (P. 1495)
traducibile come
QUANDO LE OSSA (erano nel feretro) BEATRICE CON LA VESTE A LUTTO – VINCI (P. 1495)
riguarda la partecipazione di Beatrice al funerale di Gian Galeazzo

AC BEA SUMAS NIGRO – VINCI (P. 1495)
traducibile come
E CHE TU BEATRICE VESTA A LUTTO – VINCI (P. 1495)

BEA CURAS OS MAGNI – VINCI (P.1495)
traducibile come
BEATRICE tu OSSEQUI IL VOLTO DEL NOBILE – VINCI (P.1495)
conformemente ad altre frasi, anche qui compare la definizione di magnus per Gian Galeazzo

BEA IGNORAS CASUM – VINCI(P. 1495)
traducibile come
BEATRICE  NON RICONOSCI LA SVENTURA – VINCI (P. 1495)
circa i sentimenti di Beatrice riguardo alla morte di Gian Galeazzo (laddove si evince il prevalere dell’indifferenza)

SIC BEA ORAS AGNUM – VINCI (P.1495)
traducibile come
COSÍ BEATRICE INVOCHI L’AGNELLO – VINCI (P.1495)

La frase si riferisce alla simulazione del dolore in relazione alla frase precedente e successiva, laddove nel primo caso Beatrice non è partecipe della tragedia  e nel secondo è detta essere di natura frivola.

AC BEA NUGAS MORIS – VINCI (P.1495)
traducibile come
E INOLTRE BEATRICE (ha) FRIVOLEZZE DEL CARATTERE – VINCI (P.1495)

L’aspetto capriccioso e frivolo di Beatrice d’Este è storicamente documentato in numerosi episodi. Le lettere dell’ambasciatore estense Trotti e in genere gli scritti dei cronisti riferiscono le manifestazioni di lusso sfrenato nello sfoggiare abiti e gioielli, le stravaganze di stilista, la passione per il ballo e le feste, i capricci e le scenate a fronte delle rivali (nella fattispecie è documentata da una lettera dell’ambasciatore estense Trotti datata 14 febbraio 1492 la clamorosa scenata per “una certa veste d’oro tirato” che Beatrice scoprì uguale indosso a Cecilia Gallerani, la quale fu obbligata a non indossarla più).

Beatrice e il Moro nell'anno della successione (1495)
Maestro della Pala Sforzesca, Pinacoteca di Brera, Milano, 1495

Maestro della Pala Sforzesca, Pinacoteca di Brera, Milano, 1495

B. SCIS E M. AURA AGNO – VINCI (P.1495)
traducibile come
B. (Beatrice) tu CONOSCI DA M. (Moro) I TESORI (destinati) ALL’AGNELLO – VINCI (P.1495)

Infatti il Moro deteneva la cassa e i “cordoni della borsa” per conto del nipote a lui affidato e fin dall’inizio dava agli sposi un mensile che Isabella definiva “da fame”, e che fu oggetto di reiterate lamentele rese note anche all’Aragona suo padre.
Pure a questo va ascritta l’insanabile rivalità tra Isabella e l’ambiziosa Beatrice.
Alla morte di Gian Galeazzo l’eredità del giovane non poteva non dipendere dai “conti” del Moro, con ciò che di scontato ne consegue. Beatrice era al corrente di tali conti.

AGEBAS CUNAS MORI – VINCI (P.1495)

(Tu, Beatrice) TI OCCUPAVI DELLA CULLA (del figlio) DEL MORO – VINCI (P.1495)
nel febbraio del 1495 Beatrice aveva partorito il secondogenito Francesco, che quindi doveva avere pochi mesi, mentre anche l’altro figlio Ercole Massimiliano aveva appena due anni

MORUS ANGIS AC BEA – VINCI (P.1495)
traducibile come
tu MORO TORMENTI E ANCHE BEATRICE – VINCI (P.1495)
il riferimento è alla storia che segue, in cui la nuova coppia ducale continua ad adottare atteggiamenti ostili verso la vedova Isabella

Le due acerrime rivali Isabella e Beatrice: le reciproche accuse
Intanto in Milano la matta ambizione fece nafcer delle gare fra Isabella d’Aragona Ducheffa di Milano, e Beatrice d’Efte Moglie di Lodovico Sforza il Moro. Volea cadauna d’effe fopraftare all’altra ne gli ornamenti e ne’ pubblici luoghi. Da quefta femminil discordia quanti malanni prendeffero origine per la rovina d’Italia non tarderemo molto a vederloLudovico Muratori, Annali d’Italia, anno 1491

ARGUAS BEAM NOSCI – VINCI (P.1495)
traducibile come
CHE TU ISABELLA ACCUSI BEATRICE DI ESSERE OSSERVATA – VINCI (P.1495)

oppure anche come
CHE TU ISABELLA ACCUSI BEATRICE DI ESSERE GIUDICATA – VINCI (P.1495)

Le accuse di Isabella sia al Moro che alla rivale Beatrice di farla spiare attraverso i numerosi infiltrati (ovvero quasi tutta la servitù e i personaggi della corte, che controllavano, riferivano e requisivano anche la corrispondenza), sono storicamente documentate e datano dall’arrivo dell’aragonese in Milano nel 1489 e fino al termine del suo soggiorno nel 1499, proseguendo quindi anche dopo la morte del duca Gian Galeazzo suo marito.

ACRE PUGNAS OB ISAM – VINCI (1495)*
traducibile come
COMBATTI ACCANITAMENTE A CAUSA DI ISA – VINCI (1495)
il riferimento è sempre alla ben nota e mai sopita rivalità tra Beatrice e Isabella

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

AB ISA PUGNES CORAM – VINCI (1495)*
traducibile come
(spinta) DA ISABELLA POSSA TU COMBATTERE PUBBLICAMENTE – VINCI (1495)
a conferma della frase precedente. Quel pubblicamente parrebbe un auspicio che il conflitto si svolga sotto gli occhi di tutti

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

La vedova Isabella accusa apertamente il Moro

COR(!) ISA PUGNAS BEAM – VINCI (1495)*
traducibile come
(abbi) CUORE (!)  TU ISABELLA COMBATTI BEATRICE – VINCI (1495)
la frase simmetricamente conferma le due frasi precedenti ed è da intendersi come un incoraggiamento alla sfida rivolto a Isabella

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

ISA PUGNAS OB ACREM – VINCI (1495)*
traducibile come
ISABELLA tu COMBATTI A CAUSA DEL CRUDELE (Moro) – VINCI (1495)
e infatti le ostilità tra le due donne trovavano potente stimolo nella figura del Moro. In particolare le ostilità tra Isabella e il Moro sono documentate ampiamente sia prima che dopo la morte di Gian Galeazzo.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

AN ARGUES OB SICAM – VINCI (1495)
traducibile come
O FORSE LANCERAI ACCUSE A CAUSA DELL’ASSASSINIO – VINCI (1495)

Non è difficile trovare tracce di accuse e conflitti tra le “due coppie ducali”.
Le ostilità iniziate all’arrivo di Beatrice a corte nel ‘91, stante l’emarginazione inflitta alla coppia ducale, subito “confinata” nel castello di Pavia sotto il controllo del reggente,  degenerarono nel dicembre ‘92 allorchè Galeazzo Sanseverino  accusò Isabella d’Aragona di aver tentato di avvelenarlo; l’accusa fu formalizzata dal Moro tramite ambasceria presso il re Alfonso d’Aragona. Le ostilità si acuirono nel ‘94, anno della morte del marito. Fino alla partenza da Milano per Napoli nel 1500, per la caduta dello Sforza, Isabella continuò a lanciare accuse al Moro e ai suoi complici, ritenuti essere Ambrogio da Rosate e il Sanseverino.
Nella fattispecie, la frase qui decifrata proietta nell’attualità – al 1495 data del cartiglio – le accuse della vedova Isabella, collegandole all’assassinio del marito

ISA ARCES OB AGNUM  – VINCI (1495)
traducibile come
 ISABELLA tu SCACCI A CAUSA DELL’AGNELLO  – VINCI (1495)
da intendersi riferito avverso la neo coppia ducale, ritenuta responsabile di persecuzioni e – per quanto riguarda specificamente la persona del Moro – della morte del giovane marito Gian Galeazzo

RAMUS A BEA GNOSCI – VINCI (1495)
traducibile come
DA BEATRICE IL RAMO DINASTICO (deve) ESSERE RICONOSCIUTO – VINCI (1495)

È scontato che Beatrice non volesse riconoscere la legittimità della discendenza ducale al ramo di Gian Galeazzo, in quanto, congiuntamente al consorte, aspirava ad appropriarsi del titolo. Beatrice – diventata infine la legittima duchessa – in cuor suo non aveva mai riconosciuto ad Isabella il ruolo ducale, in quanto fin dal suo arrivo si era comportata come fosse lei la vera duchessa.
La frase è una sorta di rivendicazione volta al rispetto della tradizione e  rispecchia fedelmente la causa del contendere tra le due duchesse e in particolare tra Isabella vedova e la coppia ducale avversaria, che si era avocata la successione dinastica.

Bianca Sforza, promessa sposa di Galeazzo Sanseverino

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Il personaggio di Bianca Sforza compare nelle frasi in quanto nel 1495 erano ormai prossime le nozze con Galeazzo Sanseverino (previste per il 20 giugno 1496). Gli sponsali erano stati celebrati il 10 gennaio 1490 nel castello di Porta Giovia dopo il contratto matrimoniale rogitato dal notaio Zunico in Vigevano il 14 dicembre 1489.

Dall’insieme delle decifrazioni si evincono informazioni:

  • su Bianca, pura e innamorata di Galeazzo
  • sul matrimonio di interesse da parte di Galeazzo
  • sul fatto che il Pittore riceve l’incarico per il suo ritratto (il tradizionale ritratto di nozze)
  • In particolare dalle frasi attinenti il progetto artistico del Pittore per il ritratto di Bianca Sforza emergono puntuali informazioni che inducono a instaurare una fondata relazione tra quel ritratto e l’opera d’arte La Gioconda.

In premessa: 2 frasi scelte tra le 25

Due sorprendenti frasi qui decfirate – tra altre del pari sorprendenti – anticipano il ritratto del quale viene annunciata la commissione. Tali frasi, al pari di altre, evocano il sorriso enigmatico e il mistero della Gioconda, contribuendo a confermarne l'identificazione con Bianca.

OS ARGUES BIANCAM – VINCI (P.1495)
traducibile come
O BOCCA RIVELERAI BIANCA – VINCI (P.1495)

La frase conferma che la bocca sorridente della donna sarà particolare cruciale del ritratto, e che dall’espressione della bocca si rivelerà l’anima della donna. Os è tradotto con “bocca”, essendo questo il suo significato primario e anche perché da numerose frasi risulta che il sorriso di Bianca costituirà l’anima stessa del ritratto.

PINGO EAM SUB SACRA – VINCI (1495)
traducibile come
DIPINGO LEI SOTTO  FORMA SACRA – VINCI (1495)

Per il ritratto di nozze che – come si evince da varie frasi – viene commissionato dal Sanseverino, l’intento esplicito del Pittore è quello di ritrarre la donna avvolta in un’aura di mistero.
Questa seconda frase, che echeggia la precedente “ENIGMA SUB SACRO – VINCI”, sottolinea la potenza enigmatica e sacrale che doveva caratterizzare il ritratto di Bianca. Si riporta al proposito una scheda con un commento maggiormente articolato della frase qui posta in evidenza.

La scheda
La traduzione non letterale “Dipingo lei sotto forma sacra“ è stata formulata liberamente, recependo espressione di uso comune. In realtà la frase offre una molteplicità di sfaccettature interpretative. È palese, per quanto riguarda “Pingo eam”, che il Pittore dipinge (o di fatto nel presente, avendo già avviato il disegno, o rappresentando mentalmente a sé stesso il ritratto da farsi come attuale) la donna (Bianca Sforza). Più significati e sfaccettature offre invece “sub sacra” (sub+ acc.), laddove sacra-sacrorum viene comunemente tradotto nei vocabolari di uso comune come: sacralità, inviolabilità, il carattere sacro, le cose sacre…
Inoltre compare anche come rito, cerimonia sacra. Ecco le traduzioni maggiormente puntuali che si accentrano sulla donna:
  • Il Pittore dipinge lei “sotto il carattere sacro” nel senso che la donna nell’opera viene trasfigurata dal potere sovraordinato del “sacro”
  • Ovvero: il Pittore dipinge lei sovrastata dall’aura di sacralità (di cui Egli intende avvolgere il ritratto)
  • Oppure: il Pittore dipinge lei approssimandola (rendendola vicina) alla sfera sacra o alle cose sacre
  • O anche: il Pittore dipinge lei in prossimità della cerimonia religiosa o rito sacro (coincidente con il matrimonio imminente, trattandosi di ritratto di nozze a lui commissionato). Ecco le traduzioni che si accentrano sul Pittore stesso
  • Il Pittore dipinge lei approssimandosi alla dimensione del sacro
  • Il Pittore dipinge lei sotto l’influsso dominante del sacro (in quanto ispirato e guidato da forze superiori)
  • La potenza evocativa della frase PINGO EAM SUB SACRA – VINCI richiama con forza alla mente il ritratto della Gioconda, orientando su Bianca Sforza l’identificazione della donna. Questa frase, unitamente alle numerose altre analoghe che riportano per esteso il nome “Bianca”, pone al centro la donna, soggetto del ritratto, e mi orienta a concludere che – salva restando la correttezza delle versioni II-III-IV – la traduzione più letterale e conforme sia la I. Egli dipinge la donna (cioè Bianca) “sotto il carattere sacro” nel senso che la donna nell’opera viene trasfigurata dal potere sovraordinato del “sacro”
Bianca, sposa–bambina promessa a Galeazzo Sanseverino

La sposa-bambina compare per la prima volta, brillando di luce propria, in un sonetto del poeta di corte Bellincioni, in cui viene definita addirittura una fenice, il mitico animale che rinasce dalla sue stesse ceneri.

S’egli è ver quel proverbio che si dice
Da’ teneri anni si conosce e vede
Uno elevato ingegno, oggi si crede
Che Bianca sarà al mondo una fenice.
Come buon frutto vien dalla radice,
Dall’ingegno del padre è fatta erede;
Et il Cielo un tal sposo gli concede,
Che l’un per l’altro sarà ben felice.
Vera elezion, conveniente e bella,
Fatta dal mio parente Ludovico,
Che nulla cosa a questa coppia manca.
Galeazzo mancava a questa stella,
A Galeazzo, di virtute amico,
Mancava al mondo solamente Bianca

Il 14 dicembre 1489 il Moro, Duca di Bari, con rogito del notaio Antonio Zunico, dispone che:

…praedictam eius dilectissimam filiam per via sponsalitiorum promisserit nubere illustri potenti marchioni et militi domino Galeaz Sfortia Vicecomiti de Sancto Severino capitaneo […] et quam adveniente aetate legiptima Deo dante nubere intendit prefato domino Galeaz”

Il 20 giugno 1496 Bianca sposa il promesso Galeazzo. Per una coincidenza, tre giorni dopo la cerimonia delle nozze, il 23 giugno, Leonardo – al quale in base alle decifrazioni risulta affidata la commissione del ritratto di nozze di Bianca da parte del futuro sposo Galeazzo – abbandona la decorazione dei Camerini “dando un certo scandalo” e fino alla primavera dell’anno successivo il suo nome non compare più in alcun documento o atto ducale (fino al giugno del 1497, sette mesi dopo la morte della giovane).

Cinque mesi dopo le nozze, infatti, Bianca morirà per un male misterioso. Quella che segue è l’ultima lettera che la documenta in vita, durante quello che fu il suo ultimo viaggio (alla corte di Voghera), spedita da Giacomo Seregno al Moro, datata  4 ottobre 1496 da Castelnuovo Scrivia, feudo del marito Galeazzo Sanseverino:

Catronovo, die 4 octobris 1496.
Illustrissimo et excellentissimo signor mio observandissimo. La illustrissima madonna Bianca fiola de la excellentissima S.V. è stata da questi zentilhomini et done in ognia actione sua honorata et per loro servato tuto quelo ordine fu servato a Voghera nel intrare suo in questa terra…
…..
E.I.D.D.V. Servitor Jacobus Serenius

MORUS EA BIANCA G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
IL MORO, LA STESSA BIANCA, G.(Galeazzo) S.(Sanseverino) – VINCI (P.1495)

La frase concerne l’identificazione e la presentazione dei due protagonisti (padre e figlia) e di G.(Galeazzo) S.(Sanseverino), il quale compare con le iniziali (ovviamente sempre indeclinabili) che ricorrono in numerose frasi precedenti e che, anche in questo contesto, identificano il comandante ducale e futuro genero del Moro.
Le iniziali G.S. stanno al posto del nome e anche qui l’uso delle iniziali o del nome intero nella traduzione è intercambiabile (nel caso di Galeazzo era impossibile nominarlo per esteso, stante la composizione alfabetica vincolante del cartiglio, ma le iniziali G.S., alla luce del testo e del contesto in cui si inscrivono, risultano adeguate per identificarlo).
Il Sanseverino è spesso soprannominato anche “mas”=maschio, in stretta connessione con il suo grado militare, il fisico da campione dei tornei e l’aspetto virile (documentati ad esempio da numerosi sonetti del Bellincioni a lui dedicati, dal Castiglioni che lo definisce “perfetto cortigiano”, dall’addestramento nell’uso delle armi ricevuto dal celebre Pietro Monti ecc. )

MORUS A BIANCA E G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
IL MORO (si separa) DA BIANCA A CAUSA DI  G.S. – VINCI (P.1495)
oppure come
IL MORO (si separa) DA BIANCA A FAVORE DI  G.S.VINCI (P.1495)
in Cicerone la preposizione “E” oltre che come causa è intesa come vantaggio

A(!) PRO BIANCA SUMES G. – VINCI (1495)*
traducibile come
AHIMÈ (tu  Moro) PRENDERAI  G.(Galeazzo) PER BIANCA – VINCI (1495)
l’artefice del matrimonio è in primis il potente Duca, in quanto trattasi di decisione corrispondente ai suoi piani

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

G.S., BIANCA SUA MORE  – VINCI (P.1495)
traducibile come
G.S., BIANCA INDIPENDENTE PER CARATTERE – VINCI (P.1495)
Sua compare spesso tradotto anche come “libera”; qui significa che Bianca appartiene a sé stessa, è “sua” di lei, non di lui

BIANCA SUA MORE G.S. – VINCI  (P.1495)
traducibile come
BIANCA SCIOCCAMENTE AMANTE di G.S. – VINCI (P.1495)

Data la natura interessata del matrimonio, che si può evincere dalle frasi circa Galeazzo e dall’intreccio della storia che ne emerge, l’amore provato da Bianca per Galeazzo è definito una sciocchezza (more derivato da morus-a-um, mutuato da parola di origine greca che significa “sciocco”). Nel contesto sua equivale ad amante, colei che ama (per Cicerone sua= amica, amante).

MORE (!) BIANCA SUA G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
O MORO (!) BIANCA, I SUOI BENI  A G.S. – VINCI (P.1495)
Sua equivale qui a “le sue cose”, “i suoi averi”, in riferimento al matrimonio per interesse di Galeazzo

Sanseverino sposa per interesse Bianca Sforza

AGI CUM SPONSA E “BAR” – VINCI  (1495)*
traducibile come
ESSERE INCALZATO CON LA PROMESSA SPOSA DAL (duca di) “BAR”(i) – VINCI  (1495)

Il matrimonio rientrava nei piani del Moro, che aveva destinato alla coppia la vasta area che abbracciava la prestigiosa corte di Voghera sottratta ai Dal Verme tramite l’avvelenamento di Pietro nell’ottobre 1485 (data in dote a Bianca), la strategica Val Trebbia da Bobbio alla Val Tidone (parimenti espropriata ai Dal Verme e assegnata al comes Trebiae Galeazzo ) e Castelnuovo Scrivia (di cui il Sanseverino era marchese).
Galeazzo, in qualità di genero, in base ai calcoli del Moro gli avrebbe offerto come contropartita la difesa militare del Ducato e dei territori strategici circostanti.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

ORAS SUME BIANCA G. (!) – VINCI (P.1495)
traducibile come
Galeazzo, PRENDI  I TERRITORI (del Ducato) PER MEZZO DI BIANCA (!) – VINCI (P.1495)

Interpretata nel contesto, si configura come una esortazione retorica, il cui senso non si esplicita in base allo scritto, ma solo tramite l’intonazione e i tratti soprasegmentali. Nella frase precedente il Sanseverino appare incalzato, non senza urgenza, dalla pressione del futuro suocero. Alla luce della frase che la precede, la presente parrebbe mischiare l’invito a corrispondere all’urgenza del duca di Bari con una vena di amara ironia.

MAS CONIUGAS AB RE – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU MASCHIO TI SPOSI IN BASE AL PATRIMONIO – VINCI (P.1495)

oppure come
TU MASCHIO TI SPOSI IN BASE ALL’AFFARE DI STATO – VINCI (P.1495)
a rafforzare le frasi precedenti e la motivazione del matrimonio per Galeazzo

MAS CONIUGAS B. A RE – VINCI (P.1495)
traducibile come
TU MASCHIO SPOSI B.(Bianca) IN BASE AL PATRIMONIO (ovvero ALL’AFFARE DI STATO) – VINCI (P.1495)
come ben si evince dalla frase precedente.

Bianca sposa per amore Galeazzo Sanseverino

BIANCA-AMOR SUE G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
“BIANCA-AMORE” UNISCI INSIEME  G.S. – VINCI (P.1495)
l’esclamazione è volta a Bianca, soggetto che fonde in un unicum alchemico “sé stessa” e “amore”, affinchè possa congiungere nell’unione Galeazzo Sanseverino

BIANCA SUE RAMO G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
  BIANCA UNISCI INSIEME G.S. ATTRAVERSO IL RAMO DINASTICO – VINCI (P.1495)

o anche come
BIANCA  CONGIUNGI (gli Sforza) AL RAMO GENEALOGICO di G.S. – VINCI (P.1495)
le frasi possono interpretarsi come esclamazioni con valore esortativo, riferite al fatto (dato per scontato) delle nozze imminenti

MOS E BIANCA PURA G.S. – VINCI (1495)*
traducibile come
MORALITÁ DALLA PURA BIANCA o Galeazzo Sanseverino(!) – VINCI (1495)
la frase sottolinea la purezza della donna, che più o meno apertamente è ribadita nelle varie frasi a lei dedicate

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

Il ritratto di nozze di Bianca Giovanna Sforza commissionato a Leonardo

BIANCA MUSA REO G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
BIANCA (fatta) MUSA ATTRAVERSO IL REO G.S. – VINCI (P.1495)

Bianca è fatta “musa” da Galeazzo attraverso la commissione del ritratto di nozze, qui attestata da varie frasi. In Galeazzo Sanseverino è individuato il più probabile committente del ritratto di Bianca (identificata nella mia ricerca con La Gioconda).
Il termine “reo” ricorre in numerose frasi riferite al Sanseverino in connessione con la mano guantata di verde e parzialmente occultata nel ritratto dell’“allievo” (vedasi parte prima). Tuttavia, il mutare del contesto potrebbe orientare la traduzione anche come “parte in causa” (Cicerone chiama rei tutti coloro l’interesse dei quali è in causa).

traducibile anche come
BIANCA MUSA DESTINATA AL REO G.S. – VINCI (P.1495)

Galeazzo, definito “reo”, è il destinatario per volere del Moro della sposa, la primogenita a lui promessa, che le frasi descrivono univocamente in termini positivi. In questo senso “musa” è immediatamente riferito alla futura sposa per via della sua bellezza spirituale che la rende ispiratrice di sentimenti amorosi e artistici.

A CURA G.S. PONAM EI B.S.– VINCI (1495)*
traducibile come
DA INCARICO DI G.(Galeazzo) S.(Sanseverino) IO  RITRARRÓ PER LUI B.(Bianca) S.(Sforza) – VINCI (1495)

oppure come
DA INCARICO DI  G.(Galeazzo) S.(Sanseverino) CHE IO RITRAGGA PER LUI B.(Bianca) S.(Sforza) – VINCI (1495)
il significato della frase non si presta ad equivoci

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

BIANCA SUMO PRAE G.S. – VINCI (1495)*
traducibile come
O BIANCA ASSUMO (l’incarico) DINNANZI A G.(Galeazzo) S.(Sanseverino) – VINCI (1495)

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

PRAE BIANCA SUMO G.S. – VINCI (1495)*
traducibile come
DINNANZI A BIANCA ASSUMO (l’incarico di) G.(Galeazzo) S.(Sanseverino)– VINCI (1495)

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

BIANCA MUSA ORE G.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
BIANCA MUSA NELLA SEMBIANZA (per) G.(Galeazzo) – VINCI (P.1495)
dato l’aspetto affascinante di Bianca

ma anche
BIANCA MUSA A PAROLE (per) G.(Galeazzo) B.(Sanseverino) – VINCI (P.1495)

Questa seconda interpretazione trova riscontro nelle frasi che depongono per il matrimonio d’interesse da parte di Galeazzo, che in tale versione risulta immune dalla fascinazione enigmatica della donna, che le decifrazioni ripropongono in più punti. La frase tuttavia non è incompatibile con quella che la precede, in quanto la “sembianza esteriore” (la bella apparenza, anziché la bellezza interiore) della donna può costituire in ogni caso per il futuro marito motivo di attrazione estetica.

A RE (pingo) OPUS BIANCAM G.S. – VINCI (1495)*
traducibile come
PER IL FATTO (l’incarico) dipingo BIANCA OPERA D’ARTE o Galeazzo Sanseverino – VINCI (1495)
la frase a ulteriore conferma dell’assunzione della commissione del ritratto

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

COGE RISUS AB MANA – VINCI (P.1495)
traducibile come
INDUCI I SORRISI DALLA (DONNA) BUONA – VINCI (P.1495)

Esortazione che il Pittore rivolge a se stesso nell’accingersi all’impresa del ritratto a lui commissionato, prefigurando l’atteggiamento sorridente della modella. Attenendomi rigorosamente al senso letterale, ho tradotto mana con “buona” (come viene definita la giovane nei documenti reperibili), ma esiste la variante “nobile”(a dire il vero in questo caso preferibile).

OS ARGUES BIANCAM – VINCI (P.1495)
traducibile come
O BOCCA RIVELERAI BIANCA – VINCI (P.1495)
la frase conferma che nella bocca sorridente della donna sarà il fulcro del ritratto di Bianca a lui commissionato, e che dall’espressione della bocca si rivelerà l’anima della donna

AENIGMA CURA OS  B.S. – VINCI (P.1495)
traducibile come
O BOCCA di Bianca Sforza PROCURA L’ENIGMA – VINCI

oppure anche come
O ENIGMA PRENDITI CURA DELLA BOCCA di Bianca Sforza – VINCI (P.1495)

Ricorre qui una sorta di duplice evocazione per l’enigma, propria del Pittore nel prepararsi a realizzare l’impresa del ritratto, vissuta come impegnativa.
Bocca è il primo significato di “os”, ma secondariamente potrebbe significare anche “volto”. Il rifarsi costante all’atteggiamento sorridente e all’espressione della bocca nelle precedenti frasi tuttavia fa propendere pure per la traduzione con “bocca”, parte privilegiata che dovrà nel ritratto farsi portatrice emblematica dell’enigma, che il pittore intende trasfondere nella donna.

MERA BIANCA OPUS G.S. – VINCI (1495)*
traducibile come
G.S., LA PURA BIANCA OPERA D’ARTE – VINCI (1495)
la frase ribadisce la purezza di Bianca e l’intenzione di trasfonderla nell’opera d’arte

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

E MUSA PRO BIANCA G.S. – VINCI (1495)*
traducibile come
DALLA MUSA A FAVORE DI BIANCA o Galeazzo Sanseverino – VINCI (1495)

o anche come
DALLA MUSA  A DIFESA DI BIANCA o Galeazzo Sanseverino – VINCI (1495)

La Musa dell’arte è a favore di Bianca e del ritratto, ma stanti le premesse del matrimonio, niente affatto disinteressato, è giustificata parimenti la seconda frase, che volge l’evocazione della Musa a  difesa di Bianca.
*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

PINGO EAM SUB SACRA – VINCI (1495)*
traducibile come
DIPINGO LEI SOTTO FORMA SACRA – VINCI (1495)

A conferma che l’intento esplicito del Pittore è quello di ritrarre la donna avvolta in un’aura di mistero (come da approfondita analisi della frase posta in apertura, la traduzione resa qui è insufficiente in quanto la frase si presta a più livelli di lettura, tutti incentrati sul tema dominante dell’enigma adombrato nel ritratto di Bianca).
*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

*Frase appartenente al sottoinsieme minoritario in cui è stato effettuato l’inserimento della P.

AC AGE B. PONAS RISUM – VINCI (1495)*
traducibile come
E ALLORA ORSÚ Bianca CHE TU OFFRA IL SORRISO – VINCI (1495)

La frase suggella l’intera “storia” dedicata a Bianca Sforza,
nella quale non si può onestamente non riconoscere
il volto e il sorriso della enigmatica icona
chiamata “La Gioconda”

La Gioconda, Leonardo da Vinci, Louvre, Parigi

La Gioconda, Leonardo da Vinci, Louvre, Parigi

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Nota preliminare
Le frasi del presente campione dimostrativo, pur costituendo solo una selezione dei rispettivi gruppi di appartenenza, sono sufficienti a provare che formano “narrazione” coerente e organica di fatti riferiti alla trama storico-biografica sforzesca documentata nel biennio 1494/95. Le iniziali dei nomi sono usate solo nei casi in cui le frasi univocamente individuano i soggetti implicati e con riguardo al contesto storico-biografico documentato. Nel caso del comandante dell’Armata ducale Galeazzo Sanseverino – soprannominato “mas/maschio”- le sue iniziali G.S. contraddistinguono la maggioranza delle frasi. Per Gian Galeazzo Sforza è costante il soprannome “agnus”(“immacolato agnello”, in B. Corio, Storia di Milano). Per Bianca Sforza, primogenita del Moro, nei pochi casi in cui non è identificata inequivocabilmente col suo nome per esteso, le iniziali – sempre indicate in contesti connessi al matrimonio con Galeazzo Sanseverino o nel contesto concernente l’esecuzione commissionata al Pittore del ritratto di nozze – sono sia B.S. (Bianca Sforza) che B.S.S. (Bianca Sanseverino Sforza). Il Moro è sempre chiamato col suo soprannome Morus (certificato con citazione della “Dedica del Theorica Musicae” di Franchino Gaffurio), così pure per esteso compare Ambrosius ovvero Ambrogio da Rosate. Nel caso di Beatrice ed Isabella è sempre usata rispettivamente l’abbreviazione Isa e Bea: infatti, essendo entrambe in causa in situazioni precise, verificate su atti d’archivio in data successiva alla morte di Gian Galeazzo nell’ottobre 1494 e focalizzate sull’arco del 1495, la rispettiva abbreviazione non si presta ad incertezze per l’identificazione. Le varianti dei nomi dei luoghi di Vigevano (Rocca Nuova, Roggia Mora, Mora) sono documentate nell’uso locale (lapidi e atti riguardanti Vigevano) e attraverso citazioni dalle “Dissertazioni sulle Antichità Italiane” del Muratori. L’abbreviazione dei nomi, laddove praticata, si giustifica in base al repertorio alfabetico vincolante della frase originaria del cartiglio IACO.BAR VIGEN/NIS. (P.1495) + “MUSCA”, le cui lettere sono inderogabilmente ed esclusivamente gli elementi costitutivi di ciascuna frase decifrata. Così pure le eventuali integrazioni a supporto delle frasi – sempre minime e non invasive e comunque sempre conformi a testo e contesto – si giustificano in quanto integranti frammenti frasali sul genere “soluzioni di rebus”.

copyright Carla Glori


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