Spunti critici

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Recensione di Tiziana Altea

Carla Glori (a cura di), Le Madri-Montagne: Antonia Pozzi, Poesie 1933-1938
Foggia, Bastogi, 2009, pp. 280
in Otto/Novecento: rivista quadrimestrale di critica e storia letteraria,
Milano, a. XXXV, n. 1, gennaio/aprile 2011.

La copertina del libro “Le Madri-Montagne"

La copertina del libro “Le Madri-Montagne”

 

Già dal primo impatto – visivo – questo libro di Carla Glori dedicato ad Antonia Pozzi si presenta in modo peculiare: sul bianco-latte della copertina è riprodotta l’opera della stessa Glori Penna d’uccello (2008, inchiostro nero e rosso su carta, 16×24 cm). Una penna stilizzata, a rappresentazione della scrittura, come mostrano i tre puntini rosso sangue appena nati e che vivono come mondi di senso tratteggiati e netti nella loro potenza enigmatica e simbolica.
Tre puntini che dicono e al pari celano e alludono a, che rimandano all’infinito possibile e presentificano una (quella) storia, gocce fresche di ferita che l’arte non rimargina ma incastona in un immediato perenne; rosso vivo che restituisce la posizione della Pozzi rispetto alla poesia, che non può che essere irrimediabilmente intrisa della vita.
Rosso vivo su bianco puro (vuoto luogo e non luogo, spazio originario e mezzo, mutevole fissità, il silenzio della potenzialità), che evoca la frase, ormai ben nota, scritta all’amico e poeta trentino Tullio Gadenz: «E vivo della poesia come le vene vivono del sangue» (1); non scindibile dal verso pozziano di Sgorgo (1935) (2): «Per troppa vita che ho nel sangue / tremo / nel vasto inverno». Ma altresì da quella considerazione, nel nucleare contrasto tra Geist e Leben (tra spirito, arte, da un lato, e vita, dall’altro), del Tonio Kröger di Thomas Mann – racconto-saggio così centrale per la poetessa, come per la generazione dei giovani studenti banfiani alla Regia Università di Milano negli anni Trenta – per cui l’artista, per essere tale, paga sempre un prezzo. Così Mann «ha voluto mostrare a costo di che sangue ci si fa chiamare poeti:e l’errore di chi crede che si possa – cogliere una fogliolina sola dell’alloro dell’arte – “sans la payer de sa vie” –» (3).
E questa penna (forse già dell’“angelus novus”, metafora benjaminiana della tragedia della Storia, del Novecento, usata dalla Glori in un capitolo del suo libro per delineare la stagione poetica e biografica della Pozzi nel periodo 1937-1938) che da un lato pare affilata, dall’altro mantiene comunque una sua leggerezza (4): infatti, come Montale per primo ha sottolineato, la «voce» della poetessa è «leggera, pochissimo bisognosa di appoggi, […] tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina» (5).
Fa parte di questa copertina dai plurimi rimandi un titolo che di primo acchito stride con l’immagine: Le Madri-Montagne. O meglio, più che stridere, parrebbe sviare, perché si potrebbe pensare solo a una – pur pertinente – raccolta di liriche pozziane sull’amore per la montagna e il suo ambiente. Se non fosse che la montagna, prima che luogo, è un simbolo di radicamento e libertà, al punto che al di fuori di essa si soffre perché, come succede al vecchio montanaro ciociaro de La Storia di Elsa Morante, costretto per la guerra in corso a trasferirsi nell’appartamento romano della figlia, «[…] fuori, qua a Roma, non si vedeva il vuoto. Da casa sua, nella montagna, quando si guardava fuori […] si vedeva tanto vuoto, e qua invece per tutta l’aria c’era pieno di muri» (6). Laddove il vuoto è per la Pozzi «una culla e un’eco» (Vicenda d’acque, 1929) (7), luogo dell’assenza, che è «il cuore della poetica pozziana»perché«è dal nodo doloroso dell’assenza – ferita aperta o squarcio sul vuoto – che nasce/rinasce la trama – tessuta nei versi – del mondo come luogo della “mancanza” e invenzione d’utopia» (p. 107). Vuoto che, di fronte alla creatività artistica, è momento generatore di un nuovo senso da afferrare (8).

La Montagna Sainte - Victoire, Paul Cézanne

La Montagna Sainte – Victoire, Paul Cézanne

La complessità dell’opera di Antonia Pozzi, a tratti dall’apparente semplicità, viene indagata nel profondo da Carla Glori, in pagine dense che affrontano i versi non come documento di vita ma come creazione di vita, lungo sentieri molteplici e stratificati che, seppur interrotti, recano in sé traccia di innumerevoli mondi che, in quanto tali, restano incessantemente sottesi. Sentieri che portano – l’autrice cita da Heidegger – al «“cuore del bosco”» (p. 34).
Di questa donna-poeta poliedrica ed enigmatica, limpida e inquieta, sensibile ardente e inafferrabile, la Glori legge i testi, in primis poetici, seguendo la linea della “differenza” (come già Graziella Bernabò nella sua biografia sulla poetessa (9)): così è dalla poesia, più e prima ancora che dalla biografia, che emergono la potenza e la potenzialità generativa del femminile, la carica creativa dell’immaginario, il materno. E in questa progressiva scoperta la lirica Le montagne (1937) (10) assume un posto cruciale. Per la sua personale interpretazione, lasciata “aperta”, modellata alla trama della poesia, per le sue connessioni con la molteplicità problematica e le sfaccettature dell’opera pozziana nel suo insieme, rimando direttamente al bel saggio della Glori; salvo qui tornare ancora a quei tre puntini rossi iniziali metafora di quel «“filo di sangue”» da cui origina il materno e che

[…] rimanda all’idea di una ereditarietà genetico-mnestica, che da un lato apparenta caratteri e memorie personali e dall’altro simbolicamente si inscrive entro una traccia appartenente alla stirpe e alla memoria sovrapersonale-collettiva. “Filo di sangue” quindi rapportabile a simbolica traccia di DNA mitocondriale che, sdipanato virtualmente all’indietro sulla freccia del tempo, potrebbe alfine ricondurre all’ipotetica madre di tutti gli esseri umani moderni (quella che i ricercatori definiscono Eva mitocondriale). Una sorta di ipotetico “filo” che si diparte dall’“originale” pre-edenico perduto, che rivive nell’eredità genetica e mnestica della specie e che viene ereditato e trasformato creativamente e culturalmente elaborato nelle varianti soggettive di ogni vita. Una traccia genetica con messaggio e codice e, lungo il suo tracciato storico-evolutivo, a costante rischio di “estinzione”. In particolare, questa appartenenza ad una più vasta, universale, cerchia di esseri umani minacciati dall’estinzione ricorre in molti significativi passaggi della sua Opera (dall’umanità depredata e vinta delle periferie, ai bambini, innocenti inermi, da lei amati in modo struggente (11), fino ai vecchi, resi dalla vicinanza alla morte, più vicini al senso ultimo della vita…). Sta forse in questo suo esplicito appaiarsi e identificarsi col suo consimile più debole e indifeso, nel suo silente sentirsi nel profondo “madre dell’inerme e dell’escluso”, il senso comprensivo e vero del “materno” in Antonia Pozzi (p. 100).

Le Madri-Montagne raccoglie in 4 sezioni ( “Erranze del cuore”, “Periferie”, “… Il tuo sangue che sogna le pietre…”,”Vette”) 64 liriche pozziane, composte nel periodo 1933-1938, cioè dopo la «rinuncia» (12) al legame con Antonio Maria Cervi imposta da Roberto Pozzi alla figlia. Perché è questa la curva che, superata, seppur cicatrice nell’anima, porta Antonia a una più tenacemente consapevole ricerca esistenziale (anche con due nuove prove d’amore, Remo Cantoni e Dino Formaggio) ed elaborazione poetica.
Riservandosi un eventuale diverso spazio per un’analisi del periodo 1929-1932, la Glori struttura il suo saggio critico in 11 tappe, autonome eppur collegate le une alle altre (“Oltre la soglia”, “Periferie”, “Percorsi erratici”, “Oltre i mondi del “caos”, “Nature/paesaggi/figure”, “Ultima Musa”, “L’identità e la ricerca”, “Radici/Le montagne”, “Cercando la verità”, “Diana: matrioska enigmatica”, “L’“angelo nuovo 1937-1938”), cornice – scandagliante – alla selezione poetica, e seguite da una breve “Postilla” che, rimandando alla verità, al suo senso ultimo mai raggiunto, pare un mandala nell’attimo in cui, completato, già il vento nei colori lo dissolve.
Con l’approccio al pensiero della “differenza sessuale” (la «dolente estraneità e il senso d’una inconciliabile differenza» [p. 24] espresse nelle liriche Le donne e Voce di donna, la prima del 1935, la seconda del 1937) (13), richiami alla Scuola di Francoforte, l’ausilio di traduzioni e studi critici pozziani anche di matrice anglo-americana, rinvii alla fisica (come laddove viene sottolineato che il pensiero lirico della Pozzi «[…] si dilata e proietta in una dimensione di complessità entropica, quantistica: cioè quella dei mondi frantumati di realtà in cui ci troviamo immersi», e che solo grazie alla poesia, a «[…] una ri-creazione simbolica nuova, che trasfiguri e trascenda» potrà esserci la ricostituzione «della totalità infranta» [p. 36], la ricomposizione nella «suprema calma dell’arte» (14)), la lettura ad ampio raggio della Glori dà un singolare risalto alla scrittura originale pozziana, mettendone in luce aspetti ancora non affrontati o solo sfiorati, sollecitando verso nuove direzioni e angolazioni, secondo il reticolo di piani e temi diversi sui cui essa si trattiene, fissa e muove.
Quello della Pozzi è infatti un «percorso erratico e inquieto […, una] ricerca [… dall’] andamento “a spirale” […]. / La parabola dei suoi percorsi segue un andamento non lineare, costellato di slanci in avanti, fughe e ritorni, svolte […]» (p. 31). Così in ogni lirica «[…] agiscono costanti due forze di senso contrario, che determinano una sorta di oscillazione bipolare: tornare al suo mondo passato/proiettare se stessa verso il futuro (in bilico tra i due estremi: Nirvana ed Eros)» (pp. 33-34).
I temi dell’ombra e dell’assenza; la sfera del sogno e quella della vita, il contrasto tra vita autentica e inautentica, tra poesia e vita, e l’arte come duro lavoro; il rapporto vita-morte-rinascita; l’«“utopia amorosa di vetta”» e l’Eros come «forza unificatrice della vita» (p. 68); il portato della memoria (nell’implicazione canto-morte) e dell’immaginario; la ricerca eclettica su un tracciato circolare del tempo. E, ancora, la problematicità e la coscienza della crisi; la modernità inattuale di un cuore antico, il materno, l’alterità femminile e l’inadattabilità; l’autocritica e la solitudine, la voglia di autonomia e riconoscimento nell’incertezza di sé (15) (fatto salvo l’accettarsi poeta per destino, assunzione di ruolo di cui la Glori rileva il carattere di snodo e non di traguardo, perché «accettazione non è libera scelta» [p. 84]); il «carattere “transindividuale”» della sua poesia, le radici e i frutti… «Quanti mondi» (16) attraversano si sovrappongono e vivono nella e dalla breve febbrile stagione di Antonia Pozzi…

Ballerine in blu - Edgar Degas

Ballerine in blu – Edgar Degas

La sua tensione allo sconfinamento, poi, non significa disancoraggio dalla realtà, perché è nel contatto, nella relazione, nella tendenza a ricongiungersi – sul piano umano e poetico – con gli altri e con le cose che lei cerca senso e rimedio alla precarietà del vivere.
Tuttavia il suo «raffinato logos della sensibilità» (p. 105) si schianta con i risvolti brutali e assurdi della Storia, quand’essa inchioda all’ingiustizia sociale, alla desolazione, al dolore, alla violenza, al dis-umano. Da questa prospettiva aprono a nuovi sviluppi gli approfondimenti storici  (17) intrapresi dalla Glori, laddove alla «silenziosa passione civile» (p. 46) – con il soccorso prestato dalla poetessa agli “umiliati e offesi” delle periferie, frequentate con Dino Formaggio nell’ultimo periodo –, a un via via più saldo antifascismo (tanto più a fronte dei legami del padre con il regime), allo sgomento per le leggi razziali, alla contrarietà verso la guerra e ai presagi angosciosi della Pozzi di una prossima catastrofe mondiale, si accompagna l’ipotesi del più vero significato che hanno i «carri» nei versi di Nebbia, Treni, Luci libere (tre liriche del periodo 1937-1938) (18) e nella nota di diario del 21 febbraio 1938: rovina. Perché essi «dovevano essere, con alta probabilità, mezzi militari, carichi di materiali bellici» (p. 20) (19).
A voi, ora, la curiosità dell’esplorazione, lungo questa nuova lettura degli impossibili mondi possibili di Antonia Pozzi.

Tiziana Altea

Note

(1) Antonia Pozzi – Tullio Gadenz, Epistolario (1933-1938); a c. di Onorina Dino, Milano, Viennepierre, 2008, lettera a T. Gadenz, Milano, 29 gennaio 1933, p. 99.
(2) Antonia Pozzi, Parole; a c. di Alessandra Cenni e Onorina Dino, [1989], Milano, Garzanti, 1998, p. 215.
(3) Ead., Diari e altri scritti; nuova ed. a c. di Onorina Dino, note ai testi e postfazione di Matteo M. Vecchio, Milano, Viennepierre, 2008, p. 45.
(4) È’ questo un indirizzo preciso: la poesia «come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere», Italo Calvino, Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio, [1993], Milano, Oscar Mondadori, 2010, p. 33.
(5) Eugenio Montale, Parole di poeti, “Il Mondo”, 1° dicembre 1945, p. 6.
(6) Elsa Morante, La Storia: romanzo; intr. di Cesare Garboli, [1974], Torino, Einaudi, 1995, p. 315.
(7) Antonia Pozzi, Parole cit., p. 30.
(8) Cfr. Simona Argentieri, L’ambiguità, Torino, Einaudi, 2008, p. 101.
(9) Vd. Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue: Antonia Pozzi e la sua poesia, Milano, Viennepierre, 2004.
(10) Antonia Pozzi, Parole cit., p. 298.
(11) Nell’intervista rilasciata dalla Glori a Silvano Godani, e pubblicata sul sito www.carlaglori.it, l’autrice, nell’evidenziare come il suo saggio non sia una biografia, pur rispettando la rete di rapporti e aspetti socio-culturali della vicenda esistenziale della poetessa, si rammarica di un eccesso di cura in tal senso, che ritiene possa aver in qualche punto pregiudicato il suo lavoro. Penso allora che anche questo spazio possa diventare occasione per tentar di lenire un rimpianto, laddove attraverso esso si arrivi a una maggiore conoscenza di fatti accaduti. Per cui riporto dall’intervista: «Avrei potuto soffermarmi su episodi – alcuni anche inediti – di cui ero venuta a conoscenza durante la stesura del libro. Cito un piccolo esempio: l’ingegner Elio Oggioni, che era allievo della “professoressa Pozzi”, mi aveva parlato a lungo della mattina del due dicembre 1938, quando lei se ne era andata via dalla classe, salutando i bambini con due parole: “Siate buoni”… Ho tralasciato di riportare la sua testimonianza e poi mi sono pentita, non per l’omissione dell’episodio in sé, ma perché in realtà era indicativo del carattere e dello stato d’animo della Pozzi: lei quel mattino non era “fuggita” dalla classe in lacrime, come per lo più si crede, ma era andata a scuola (avendo già scritto il testamento datato 1 dicembre) soltanto per vedere l’ultima volta i bambini e dire loro addio; questa considerazione, da me “mancata” per una scelta di “rigore espositivo”, andava invece fatta, perché, ben oltre l’episodio in sé, essa gettava luce sulla personalità di Antonia… Anche per quanto riguarda la testimonianza della professoressa Beatrice Binda, sorella di Alba, ho evitato l’insistenza su fatti strettamente biografici, soffermandomi su aspetti della personalità e su interessi culturali. / Comunque – ed è questo che mi premeva innanzitutto – quanto di biografico compare ne “Le Madri-Montagne” è sempre rapportato alla ricerca condotta sui testi, soprattutto poetici (perché penso che siano quelli che racchiudono/dischiudono la verità)». Vd. anche Elio Oggioni, “Testimonianza: Per la mia professoressa Antonia Pozzi”, in … e di cantare non può più finire …: Antonia Pozzi (1912-1938): atti del convegno, Milano, 24-26 novembre 2008, Università degli Studi – Dipartimento di Filologia Moderna – Dipartimento di Filosofia; a c. di Graziella Bernabò, Onorina Dino, Silvia Morgana, Gabriele Scaramuzza, Milano ,Viennepierre, 2009, pp. 419-420.
(12) Vd. Antonia Pozzi, L’età delle parole è finita: lettere 1923-1938; a c. di Alessandra Cenni e Onorina Dino; nuova ed. riveduta e ampliata, Milano, Archinto, 2002, lettere ad A.M. Cervi, Milano, 5 maggio 1933, in part. pp. 138-139, e Milano, 8 maggio 1933, pp. 141-142. Vd. anche Ead., Diari cit., 4 febbraio 1935, p. 40.
(13) Ead., Parole cit., rispettivamente a p. 262 e a p. 300.
(14) Antonia Pozzi – Tullio Gadenz, Epistolario cit., lettera a T. Gadenz, Milano, 11 gennaio 1933, p. 88.
(15) Di fronte a tale poliedricità e complessità della Pozzi, perché, dunque, legare all’aspetto androgino quella «nota di forza ed energia» che nella giovane donna-poeta «si accentua», negli ultimi anni, grazie alla frequentazione di Dino Formaggio? Cioè, il femminile non ha già in sé una sua «forza ed energia»? (p. 64).
(16) Antonia Pozzi, Diari cit., S. Silvestro 1936 – 1° gennaio 1937, p. 48.
(17) Vd. anche Fulvio Papi, L’infinita speranza di un ritorno: sentieri di Antonia Pozzi, Milano, Viennepierre, 2009.
(18) Antonia Pozzi, Parole cit., rispettivamente a p. 303, p. 289 e p. 307.
(19) Ma, nell’insieme, vd. pp. 19-22, e nn. 19, 244, 299.

Articoli 2010-2013 di Carla Glori
  • Glori C. “Donne in terza pagina. Quattordici scrittrici del Ventennio”, Il Ponte, Rivista fondata da Piero Calamandrei, Anno LXVI, n.9, settembre 2010, pp. 109-111
  • Glori C., “In ricordo di Roberto Roversi” ,  Il Ponte, Rivista fondata da Piero Calamandrei, Anno LXVIII, n.11, novembre 2012, pp 89-95
  • Glori C., ”Il ‘materno’ in Antonia Pozzi”, Leggere donna, n. 158, gennaio-febbraio-marzo 2013, Luciana Tufani Editrice, pp. 32-33.
  • Glori C., “Le Madri-Montagne: il materno e la singolarità di Antonia Pozzi nel panorama letterario femminile del Ventennio”, in “Otto-Novecento”: rivista bimestrale di critica letteraria, a. XXXVII, n. 3, settembre/dicembre 2013, p. 133-140.

Recensioni al libro Le Madri-Montagne: Antonia Pozzi, Poesie 1933-1938
  • Altea T., Carla Glori (a cura di), Le Madri-Montagne: Antonia Pozzi, Poesie 1933-1938, Foggia, Bastogi, 2009, in “Otto/Novecento”: rivista quadrimestrale di critica e storia letteraria, Milano, a. XXXV, n. 1, gennaio/aprile 2011.
  • Camera E., Antonia Pozzi: un universo femminile da scoprire, in “Resine, Quaderni liguri di cultura, Anno 2012, n.131, pp.105-107

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